domenica 8 settembre 2013

Homesickness...o solo inadeguatezza



C'è qualcosa di cui nessuno studente erasmus/exchange parla mai nei suoi racconti, cioè del fatto che gli possa essere mancata casa sua. Non saprei dire il perchè, ma è davvero così, insomma li vedi sempre pubblicare foto bellissime su facebook, quando li senti ti dicono che è tutta una figata, quando tornano non fanno altre che dire che vorrebbero essere ancora là. Quindi non è difficile no? Se tutti partono e nessuno si trova male o almeno si sente solo, vuol dire che è facilissimo!
Poi però c'è l'altra "voce" sull'erasmus/exchange, la voce cioè di chi queste esperienze le organizza o le vive come tutor, assistente, o comunque come "esterno" coinvolto. Questa voce sostiene con convinzione che un esperienza del genere ti cambia perchè impari ad affrontare le difficoltà, a gestire la solitudine, a tirarti su da solo...quindi questi cambiamenti e queste sfide sembrano presupporre una difficoltà di fondo no? Addirittura c'è gente che queste cose le studia, non so se siano psicologi, antropologi o che altro, e hanno teorizzato un vero e proprio grafico dell'andamento dell'homesickness. Ne ho trovato uno in internet che è molto simile a quello che ci hanno fatto vedere qui, durante i primi giorni di orientamento:

http://web.viu.ca/studyabroad/departsmart/modules/whileaway.htm
Il grafico mostra chiaramente come al periodo pre partenza, da tutti confermato come un periodo di alti e bassi, di confusione e di indecisione, segue un periodo di up, alla partenza e poi...uno quasi corrispettivo di down. E questo studio non è il risultato di un'analisi che riguarda, che so, uno studente su cinque. Ce lo hanno prospettato come una sicurezza, una certezza matematica, qualcosa a cui tutti devono andare incontro quando affrontano questo tipo di esperienza.
Allora, perchè non c'è nei racconti di nessuno? Perchè quando mi guardo intorno mi sembra di essere la sola? Non credo sia generalizzabile, molto fa il carattere, molto altro il tipo di compagnia che casualmente si incontra nel nuovo paese straniero, forse anche l'educazione o altre cose giocano un ruolo...non tutti dovranno affrontare questo grafico. Ma qualcuno si, per forza. E dove sta? Perchè si nasconde?

Ci nascondiamo tutti, in realtà...anche io stessa certi giorni vorrei solo chiudermi in casa e piangere, ma poi, quando esco, sorrido, faccio finta di niente, dico che sto bene...dopo un po' inizio anche a divertirmi, certo, ma continuo a sentire quel vuoto che mi dice che qualcosa non va, che questo non è il mio posto. Non so se chiamarla Homesickness, o "nostalgia di casa", perchè in realtà non è tanto casa che manca...si, vorrei un abbraccio della mia mamma, e un bacio del mio ragazzo, e le mie amicizie e la mia casa...ma più che altro ciò che fa male è quella specie di sensazione di malessere alla bocca dello stomaco, come quando sei nervoso, come quando non sei rilassato. Quella sensazione che ti fa stare sempre come una corda in tiro. E lo sei perchè ti senti fuori posto, perchè nulla di ciò che conosci e ti da sicurezza è lì con te, perchè ogni diavolo di cosa, anche trovare la carta igienica per il bagno, quando sei in un posto nuovo diventa difficile.
Vorrei solo che qualche studente che si trova lontano da casa e si sente male per questo leggesse il mio blog..se così fosse, e mi stai leggendo, voglio dirti che NON SEI SOLO. Non tanto perchè anche io mi sento così, insomma nemmeno mi conosci, ma perchè credimi, lo studente straniero nella stanza accanto alla tua in questo momento sta provando le stesse cose. Il grande problema degli esseri umani è che usiamo il dono della parola per i motivi sbagliati, la usiamo per lamentarci, per giocare, per ridere, per sfottere...mai per chiedere aiuto
Nel mio caso specifico, io mi sento ancora come nel pre partenza: oscillo continuamente tra l'alto e il basso, tra il "sì, che bello, qui è tutto fantastico" e il "cosa diavolo ci faccio io qui?". Un giorno su, e l'altro sotto terra. Avere il fidanzato a casa di sicuro non aiuta, probabilmente se non ci fosse mi butterei di più in nuove conoscenze, nuove cose, nuove esperienze...ma al momento sentirlo è una delle cose che più mi tranquillizza, perchè è l'unico con cui mi sfogo, e non riesco a pensare a stare senza la consapevolezza della sua presenza. Credo di essere una persona strana...vado molto d'accordo con poche persone, come se fosse una grandezza inversamente proporzionale: all'aumentare della gente la mia simpatia diminuisce. Non mi so più relazionare. E' sempre stato così, infatti nella mia vita non ho mai fatto parte del grande gruppo, ho sempre avuto la mia piccola schiera di amici secondo la filosofia del "pochi ma buoni". Però qui volevo essere diversa. Qui volevo semplicemente godermi tutte le esperienze nel modo più facile possibile. Invece mi sembra di trovare muri davanti a me: cerco di fare amicizia, di aprirmi, di invitare, e mi sembra che tutti abbiano già la loro vita, che non se ne facciano niente di me. E' così triste sentirsi soli, è così triste non sentirsi accettati. Per questo mi chiedo se la mia sia homesickness o se sia solo inadeguatezza. Forse come sempre mi forzo a fare cose per cui non sono pronta. Forse il mio carattere o semplicemente le attuali circostanze non mi permettono di godermi questa esperienza come dovrei. Forse dico così solo perchè è l'inizio, e ancora non so come si evolveranno le cose. 
Diciamo solo che per ora è così: il mio cuore è diviso a metà, una parte batte all'impazzata davanti a tutte le novità e tutte le sfide che sto affrontando, ed è felice e realizzata per aver avverato questo sogno. L'altra metà piange ogni volta che pensa all'Italia, e spera che questa esperienza, per quanto ricca e formativa, finisca in fretta. Non lo so come si evolverà, magari tra un mese sarà completamente diverso. Posso solo provare a viverla come viene. Nel bene o nel male, mi avrà insegnato tanto. Per ora, comunque, spero ancora che sia solo "nel bene".

giovedì 5 settembre 2013

Shopping di lezioni

Come è ben noto grazie a numerosi film e serie televisive, il sistema scolastico americano è piuttosto diverso da quello italiano (in generale da quello dei paesi europei): da noi andare all'università significa scegliere un corso di laurea che ti piace e seguire le lezioni preimpostate, sia che siano o meno di nostro gradimento, sia che le reputiamo utili o no. Se vogliamo prendere lezioni di chitarra, o di fotografia, o di danza...dobbiamo farlo dopo le lezioni, nel tempo libero. Non c'è nulla di strano, ci siamo abituati. 
Ma per l'altra metà del mondo, le cose funzionano in modo totalmente opposto: l'università è un enorme contenitore in cui far convergere materie "classiche", materie "alternative", e...altre che non oso nemmeno chiamare materie! Qui non si sceglie un corso di laurea, si sceglie un major. Un major altro non è che una vaga indicazione di cosa scegliere tra tuoi corsi universitari: per esempio, se uno volesse fare un major in economia, probabilmente dovrebbe obbligatoriamente scegliere almeno una materia matematica, compresa entro un'ampia gamma di scelta, una economica, una storica e una sociale. In 4 anni. E il resto? Lo potrebbe riempire come gli pare, letteralmente! Gli studenti non seguono in media più di 4 o 5 materie da un credito l'anno (no, non correte a cercare borse di studio per gli Stati Uniti, 1 credito americano vale quasi 10 nostri come mole di lavoro...credetemi). Queste materie non facenti parte del loro major possono essere di ogni sorta: tra gli esempi più simpatici, c'è una classe di make up, un corso di danza, corsi di yoga, di musica, di fotografia...ci sono anche cose dai titoli assurdi che ancora mi chiedo cosa possano riguardare!
E' quello che loro, almeno qui al Pitzer College, chiamano Breath of Knowledge: la conoscenza e la cultura sono date dalla somma di tante abilità diverse e non sempre collegate, e il modo migliore di crescere come persona, anche per il futuro lavoro, è quello di provare un po' tutto, in modo da riuscire a capire cosa veramente si vuole,
Personalmente, è un concetto che trovo meraviglioso! In Italia funziona in modo diametralmente opposto: la scelta libera è ridotta al minimo, diciamo un corso all'anno, che deve essere comunque collegato con il tuo piano di studi. E tu esci dal liceo con una conoscenza minima di come sia il mondo, la vita, il lavoro, e ti ritrovi a dover scegliere già con ragionevole sicurezza quale sarà il tuo futuro.
Per me questa è stata una tragedia, perchè ho scelto in maniera abbastanza casuale qualcosa che mi desse un inquadramento generale su più fronti (andando quindi a perdere in profondità su ciascuno) e ritrovandomi alla fine del mio percorso senza avere la minima idea di cosa fare dopo. Solo perchè non ho mai potuto provare! Se avessi fatto l'università qui, probabilmente avrei fatto comunque un major in economia o qualcosa del genere. Ma poi avrei provato anche biologia, e informatica, e sociologia, e psicologia...e perchè no, fotografia e danza. E ora saprei se tutte queste cose mi piacciono o meno, e saprei forse anche quale mi piace più di tutte, in modo da sceglierla. 
Ma non è tutto oro quel che luccica: non sembra così scontato, ma all'aumentare ingente della possibilità di scelta aumenta anche parallelamente la difficoltà di farlo. Ci sono migliaia di studenti nel college e certe materie sono chiaramente molto più appetibili di altre. Per cui riuscire a scegliere e seguire ciò che davvero si desidera è praticamente una corsa all'oro: una gara al click più veloce, dal momento preciso in cui aprono l'accesso al sito per la registrazione. Nel caso dei poveri studenti del primo anno poi, e purtroppo anche di noi exchange, diventa anche un po' un terno al lotto, perchè tutti gli studenti di anni superiori (fino al quarto, cioè) hanno la possibilità di registrarsi ai corsi già dalla fine dell'anno precedente. Consierando che sono i 3/4 della popolazione studentesca del college, a noi è rimasta davvero poca scelta.
Ma poi, fosse solo questo! Gli americani amano proprio complicare la vita e inserire quante più regole possibile ovunque: non solo il corso, che ha un numero massimo di posti, deve essere ancora "aperto", ma spesso ha dei prerequisiti, oppure è aperto solo per gli studenti di un certo college, oppure, cosa peggiore, necessita del permesso scritto dell'insegnante per poter essere inserito nel piano di studi. Quindi la cosa diventa davvero delirante, perchè è tutto un raccattare corsi disponibili di qua e di là, mentre si aspetta che due o tre prosessori rispondano alla richiesta per classi chiuse, o mentre si va a fare "shopping" di corsi per capire quale sia il migliore. Ah, e nel frattempo bisogna anche cercare di non creare sovrapposizioni, tra le materie effettivamente inserite ma anche tra quelle potenziali! perchè tendenzialmente quasi tutti i corsi sono tra le 10 del mattino e le 4 del pomeriggio, dal lunedì al giovedi: la mattina e la sera, così come il venerdì, hanno solo qualche sporadica lezione qua e là. Meglio? Mica tanto...se vuoi seguire 6 corsi, nel tuo iniziale periodo di shopping, e 4 di loro si sovrappongono...tanti auguri!
Diciamo quindi che non è affatto facile: è abbastanza stressante e complicato come sistema. L'estrema libertà ha i suoi svantaggi. Ma non voglio essere falsa: trovo che tutti i problemi e le difficoltà del mondo non riescano comunque a togliere nulla a questo sistema meraviglioso. Qui materie come fisica e danza, musica e ingegneria, matematica e filosofia del linguaggio hanno lo stesso valore, la stessa dignità. Ognuna contribuisce a creare l'individuo-studente nella sua completezza e unicità. E credo che nessuno studente possa uscire di qui senza sapere se è bravo in quello che ha scelto di fare poi: hanno già provato un po' tutto, sperimentato, scoperto nuove passioni e sbagliato in modo madornale. Sono completi. Nessuno di loro ha bisogno di sapere a 18 anni se vuole diventare medico, o avvocato, o pittore o fotografo. Lo scopriranno piano piano, crescendo.

giovedì 29 agosto 2013

American way of life

Il college americano è qualcosa di inimmaginabile per un qualsiasi studente italiano; ero già consapevole di questo, ma non davvero, non come ora lo sto scoprendo...ed è solo l'inizio!
E' come se qui lo studio fosse qualcosa di collaterale...si impegnano molto, e si vede, ma creano intorno al mero compito di "studiare" tutta un'esperienza incredibile fatta di vita sociale, animazione, eventi, club, strutture complesse. In Italia, ti iscrivi all'università, ricevi qualche informazione, ti mandano a casa e via, sei uno studente universitario: il resto sta a te.
Qui c'è tutto un universo dietro, e non solo per gli exchange student! Basta pensare che, proprio in questo momento, gli studenti del primo anno appena iscritti si trovano da qualche parte in California a fare una Orientation Adventure, una specie di gita. E l'anno non è nemmeno ancora incominciato! Perchè? Ma per farli conoscere, perchè facciano amicizia, perchè la loro vita universitaria non sia solo studio, anzi! 
Noi exchange students, dal canto nostro, abbiamo passato gli ultimi 3 giorni tra shopping, tour della città e del college, discorsi profondi e toccanti da parte di tutto lo staff, indicazioni concrete e regole ferree...e una gita a Newport Beach.
Non saprei da dove cominciare nell'elencare le cose che più mi hanno colpito in questa breve ma intensa esperienza introduttiva...probabilmente ogni cosa che ho visto e fatto! Senza dubbio, la prima cosa da dire è il college in sè. E' qualcosa di più di un'università, qualcosa di più di una città, qualcosa di più di un hotel...è tutte queste cose messe insieme, e molto di più. Ci sono 5 college che fanno parte del consorzio, tutti vicini e tutti simili, ma ognuno con la sua personalità, la sua particolare architettura, i suoi diversi giardini con piante particolari...il verde è una cosa che colpisce ovunque ti volti: grandi, immensi prati rigogliosi anche se il clima è torrido e a malapena dovrebbero crescere cactus ed arbusti. Colpisce ancora di più perchè lo spazio è ancora quasi completamente vuoto, dato che la maggior parte degli studenti non sono ancora tornati: ti guardi intorno e ti immagini gli studenti che chiacchierano, ridono, studiano, si sdraiano nell'erba, e ti ritrovi a pensare che ogni singola cosa è stata studiata appositamente per loro. Non è come a Urbino, che è diventata a tutti gli effetti un campus, ma lo è solo perchè in una piccola città racchiusa da mura sono arrivati 15.000 studenti. Qui ogni panchina, ogni fontana, ogni albero, è stato piantano per gli studenti, perchè possano sfruttarli, amarli, perchè aiutino la loro carriera di studenti e di futuri lavoratori. E' una concezione completamente diversa della vita, e credo dovremmo imparare molto da loro in questo campo.
D'altronde, non ci sono solo panchine ed alberi: ci sono piscine, palestre, biblioteche, aree studio, cucine comuni, mille diverse mense che servono cose differenti ogni sera...tutto gratis. O meglio, costa un sacco di soldi. Ma poi è gratis, è lì, è tutto a tua disposizione. Anche in questi giorni di orientamento, non ho sborsato un centesimo. Colazioni, pranzi, cene, attività, eventi, strutture, personale...in qualche oscura maniera riescono a fare sì che tutto ciò sia a disposizione di tutti, anche di chi, come noi, effettivamente non sta pagando! A dire il vero non è difficile immaginare come: il valore della mia borsa di studio, almeno secondo quanto scritto sui fogli che mi hanno dato, è di 29 mila dollari. Ok? VENTINOVE MILA DOLLARI. Un semestre. Riucite ad immaginarlo? Io no. Non so nemmeno quantificare una tale cifra. Ma qui è così e non siamo nemmeno ad Harvard. Insomma, se una normale famiglia americana vuole mandare il figlio all'università, deve sborsare 29.000 dollari. Per 8 volte (4 anni). Un salasso. Infatti, negli Stati Uniti, esistono sistemi di prestito simili al mutuo per riuscire a permettersi tali cifre, nonchè borse di studio per quasi qualsiasi cosa. Ma, comunque, viene in mente una pubblicità sociale che mi è capitato di leggere da qualche parte, contro il sistema educativo americano: nell'immagine si vedeva un ragazzo povero che non poteva permettersi l'università, e lo slogan recitava "What if he was the next Einstein?". Ed è vero...è giusto rendere l'istruzione qualcosa di così elitario? Non so dare risposta a questa domanda, davvero...il mio spirito critico dice di no, ma d'altra parte sono una delle grandi potenze del mondo, se non altro dal punto di vista culturale e tecnologico. Qui è dove il Sogno Americano si può realizzare, dove da zero si può essere infinito. Qui, secondo una statistica riportata oggi, il 90% degli studenti si laurea nei 4 anni prestabiliti. E allora come puoi non giustificarli?
L'altra grande cosa che mi ha colpito, e credo continuerà a colpirmi sempre, è quella che io definisco (non solo io in realtà) l'"ipocrisia" americana.
Metà della giornata odierna l'hanno passata a spiegarci cosa si può e cosa non si può fare nel campus. Per la maggior parte, cosa NON si può. Regole, divieti, sanzioni...ore ed ore passate a fare vero e proprio terrorismo psicologico. Se fumi dove non devi sarai punito, se scarichi film la polizia rintraccia l'IP del computer e ti rimuovono dalla rete, se pubblichi su facebook una foto in cui bevi alcolici e sei minorenne, potresti avere ripercussioni. Non sto scherzando, porto esempi reali di cose che ci sono state dette oggi. Per ogni reato, la sua punizione. Molto chiaro, anzi, impossibile dire "non lo sapevo". Proprio qui sta la grande differenza: anche in Italia so che è illegale scaricare film o bere alcolici da minorenne, ma nessuno mi ha mai detto a cosa vado incontro se lo faccio. Qui è probabile che nessuno si accorga nemmeno di quello che fai, men che meno la polizia, ma il fatto è....pensate che mi metterò a provare se è vero?
La terra delle libertà, ma sei libero solo di fare come dicono loro. Ipocrisia, no? Però le cose funzionano. Non ho dubbi che nel college ci sia chi beve e ha 19 anni, chi fuma, chi fa uso di droghe e chi scarica film...ma la realtà è che sono certa che molte persone non avranno voglia di rischiare ripercussioni e si limiteranno a non provare neanche. Questo in fondo si chiama rispettare le regole...forse credere che la gente sia onesta per qualche senso di giustizia superiore è semplicemente sopravvalutato.
L'altra e più marcata forma di ipocrisia riguarda l'altra faccia della medaglia, cioè il fare ciò che loro ti hanno detto di non fare. Ti dicono che non devi ubriacarti e istituiscono la "dry week" per la prima settimana, ma poi il resto dell'anno? Fare una cosa del genere non è come sottolineare la cosa con un "dalla seconda fate quello che vi pare"? Oppure, puoi andare in giro con una bottiglia di alcool, ma solo se chiusa...sigillata anzi. Se vai da una camera all'altra con la bottiglia chiusa, va bene, stai andando ad ubriacarti in qualche dormitorio, ma ok, che problema c'è. Se però il tappo non è più sigillato, non puoi. Che senso ha mi chiedo? E' come se stessero continuamente lì a dirti che ti osservano e ti controllano. Poi però ti passano accanto e fingono di guardare dall'altra parte.
L'ultima considerazione, ma forse la più importante e degna di nota, è il modo in cui si presentano. E di conseguenza, il modo in cui ti fanno sentire per avere l'opportunità di essere lì. Oggi, durante i primi discorsi introduttivi dei membri dello staff, quando varie persone parlavano della nostra esperienza, di come ci avrebbe cambiato, di come sarebbe stata importante...quasi piangevo! Il modo di fare i discorsi, come si muovono, come gli brillano gli occhi...è una forma di patriottismo che ti contagia, ti fa sentire parte di qualcosa, ti fa sentire importante a tua volta perchè puoi fare parte di qualcosa di così bello e di valore. Sarebbe bello poter fare un erasmus in Italia, per poter davvero valutare le differenze e dare un giudizio. Non posso, quindi dovrò basarmi sulle mie uniche esperienze, cioè le presentazioni dei miei corsi universitari e, prima, del mio liceo. Mai, in 20 anni di carriera studentesca, ho sentito l'entusiasmo che ho percepito oggi in chi parlava. Mai mi sono sentita così coinvolta, così appoggiata, così importante per un'istituzione...hanno creato interi programmi ed eventi per noi, dalla host family al picnic di benvenuto, dall'iPlace per gli studenti stranieri al "passaporto" contenente tutte le informazioni e tutti gli eventi...
Adesso sono solo curiosa di vedere come procede. Tutto questo è fantastico, ma ha anche tanti lati oscuri, alcuni dei quali li ho già nominati. La cultura americana, l'American way of life, è fatta di grandi luci e di grandi ombre, di cose meravigliose e altre che vanno a scapito dei più deboli, di grandi opportunità ed enormi sconfitte...in Italia, invece, nella nostra mediocrità almeno sappiamo di non sbagliare. Continuerò a scrutare questo straordinario mondo, ma terrò sempre gli occhi bene aperti per non cadere nella trappola dei creduloni. Solo così potrò portare a casa dei veri insegnamenti e magari, se potrò e ne sarò capace, cercare di migliorare un po' ciò che non va a casa mia.


domenica 25 agosto 2013

Pronti, partenza......via

È arrivato il giorno. Sono sull'aereo che mi porterà negli Stati Uniti, destinazione : LAX international airport
È difficile spiegare come ci si sente, anzi come io mi sento perché non è mai bene generalizzare. Be, IO sono terrorizzata. Lascio a casa una famiglia amorevole, una vita piena, un ragazzo che mi ama, un'esistenza comoda. Perché? Perché certe persone sentono il richiamo di questo, di quest'ansia, del momento in cui saluti tutti, degli istanti in cui ti rendi conto che una tal cosa la stai vedendo per l'ultima volta, della sensazione di forza data dalla solitudine e dalla paura. Come chi si lancia dagli aerei o dalle scogliere (cose che peraltro faccio o voglio fare anche io), è la ricerca del limite. È superarlo, e rendersi conto che lo si sta facendo. 
Ho sentito di recente una battuta da qualcuno: che il mondo si divide in gente che ha fatto l'Erasmus e gente che non l'ha fatto. E i secondi non possono capire i primi. Ancora io non so se sia vero, anche se suppongo di stare per scoprirlo. Ma credo sia vero, perché in questo momento capisco che non c'è nulla paragonato a questa sensazione: Erasmus, lavoro all'estero, cambio di vita in genere...sapere cosa sei oggi e non avere la minima fottuta idea di cosa sarai domani...poche ore che fanno un mondo di differenza. Non esiste altrove.
Ora che sono in viaggio, ora che ho fatto entrare 4 mesi di vita in 32 kg di "bagaglio pesante" (che erano 38 prima e 35 poi, svuotato ulteriormente in aeroporto perché era troppo pesante), ora che sono mentalmente "vergine" sia dalla mia vita passata che da quella futura...voglio pormi degli obiettivi per questa esperienza:

- voglio crescere come persona: andare lontano, da soli, secondo me serve o dovrebbe servire a questo; è un concetto vago, lo so, ma significa tornare sentendosi più maturi di prima e con degli strumenti in più per affrontare la vita.

- voglio apprezzare il mio paese conoscendo l' "altro"...è facile dire che gli USA sono fantastici, e criticare l'Italia. D'altronde, per molti versi é vero. Ma maturità è anche capire i limiti di ciò che sembra fantastico, patriottismo è apprendere dal di fuori per cercare di cambiare dal di dentro, e un'esperienza all'estero non può trasformarsi solo in un motivo di rimpianto per essere tornata a casa. Non voglio che per me sia così, voglio tornare a casa più felice di prima, non il contrario. Se no me ne restavo li, no?

- voglio conoscere gente dal mondo per diventare una cittadina del mondo. E perché è più facile visitare posti lontano se sai di avere qualcuno che ti da una mano ;) ho sempre amato conoscere, in senso profondo, culture diverse, accorgermi delle differenze...qui non solo conoscerò gli USA, ma il Giappone, l'Australia, la Germania, l'India........

- infine, vorrei davvero chiarirmi le idee sul mio futuro. Ho scelto di fare quest'esperienza per tanti motivi, alcuni futili, altri molto seri...ma in primis era il mio "anno sabbatico", quello che volevo prendermi prima dell'università per pensare a quale scelta fare, quello che già al liceo desideravo compiere...mi riapproprio di un tempo che doveva essere mio da anni, e che non deve andare sprecato. Ho le idee molto confuse su cosa voglio essere e su come diventarlo...spero che conoscere questa realtà nuova e tanta gente dal mondo allarghi i miei orizzonti e le mie prospettive, e di tornare con un'idea più chiara sul mio futuro.

Credo sia tutto, o perlomeno che questi siano gli obiettivi che vale la pena scrivere per non lasciare che le feste, le nuove amicizie, la cosiddetta "sindrome da Erasmus" cambino...ora sta all'America aiutarmi a realizzarli, ma soprattutto a me cogliere le occasioni giuste e vivere al massimo questa meritata esperienza. E quindi, davvero...pronti, partenza...
Viaaaaaaaaaaa!!!!!!

giovedì 13 giugno 2013

Un'esperienza all'estero sarà utile davvero per il lavoro...?

Stavo curiosando su internet e ho trovato questo...spiega, in inglese, in quali percentuali un'esperienza all'estero influisce sulla ricerca di lavoro! Letteralmente il ROI (return on intestiment) di questa esperienza (è un indicatore economico di efficienza, una delle poche cose che ricordo di economia aziendale ;))


Quando cerco di decidere cosa ne sarà della mia vita, mi prende il panico: l'Italia è in una situazione talmente disastrata...se penso che ho fatto quasi fatica a trovare uno stage non retribuito! 

Io poi ho scelto una facoltà che non è ne' carne ne' pesce: un pò di management, ma senza le basi di economia, le lingue, ma solo due e fatte male...insomma, non mi distinguo granchè dalla massa. Ne' ho particolari ambizioni: tante cose mi piacciono molto, tante professioni mi interessano, ma spesso non so come arrivare dove voglio, da dove partire per realizzarmi...

Spero che questa esperienza serva a tante cose...spero che allarghi le mie prospettive, creandomi nuove possibilità a cui prima magari nemmeno pensavo. Spero che mi aiuti a conoscere meglio me stessa e ciò in cui sono brava. Spero che mi renda una persona più forte, indipendente, capace di affrontare i problemi che la vita le pone davanti, proattiva...sento che alcune cose stanno già cambiando, migliorando...questo blog ne è un esempio! Molte altre cambieranno prima di partire, la maggior parte dopo la mia partenza...

Se poi tutte queste percentuali si rivelassero vere anche per me e mi aiutasse al momento di un colloquio di lavoro, sarebbe davvero fantastico! Ma sono sicura che servirà a talmente tante cose....




martedì 11 giugno 2013

Come affrontare senza problemi il colloquio per la richiesta di visto per gli USA

***NOTA BENE: questo blog e' chiuso! Rispondo SEMPRE alle domande nei commenti, ma solo se lasciati sul nuovo sito, a questo indirizzo! Lascia un commento in inglese (preferibile) o in italiano, rispondero' appena possibile!***


Anche questo scoglio è andato: sono tornata a casa vittoriosa con il mio visto di ingresso pronto per partire! In realtà non ce l'ho proprio io ancora, devo andare a ritirarlo domani...ma il più è fatto!

Questo è un passaggio obbligato non solo per me e per tutti gli exchange students, ma per chiunque voglia richiedere un visto di ingresso negli Stati Uniti...e credetemi, lì serve un visto praticamente per qualsiasi cosa! Personalmente, ero abbastanza agitata e non avevo affatto chiaro come si sarebbe svolta la cosa...dal momento che suppongo di non essere la sola, questo post sarà un'utile guida a tutti coloro che dovranno affrontare questo banale, ma essenziale, passo!

Intanto, comincio col dire che ero molto più agitata del necessario; gli americani tendono a fare terrorismo psicologico a chiunque voglia anche solo avvicinarsi alla loro terra, ma poi in realtà sono tranquilli e amichevoli. Se avete già fatto richiesta telefonica o online per il colloquio e completato il modulo DS-160, insomma, siete già a buon punto! Se non l'avete fatto, non provate nemmeno a passare direttamente al consolato a chiedere qualche informazione, o a fare i furbi sperando che vi lascino passare...sono americani, o fai come dicono loro o niente! Quindi cercate il sito dell'ambasciata più vicina a voi (in Italia sono a Roma, Milano e Firenze, ma probabilmente la troverete anche in altre città) e seguite tutti i passaggi per richiedere il visto, come illustrato nel sito (e se volete potete farvi un'idea di cosa aspettarvi leggendo il mio post precedente).

Io mi sono recata al Consolato di Milano, e non posso sapere se in altre città la cosa si svolga in modo diverso. Credo comunque che certe regole siano fisse, per cui ecco qui qualche consiglio (dato dalla mia personale esperienza e dal racconto di un amico che ha fatto lo stesso di recente).


  • O MOLTO IN ANTICIPO, O ARRIVATE PURE IN RITARDO. Io avevo appuntamento alle 8 e mezza (il primo della mattina quindi), e alle 8 e 10 sono arrivata davanti al palazzo. La fila cominciava praticamente all'uscita della metropolitana, e subito dietro di me c'erano due signori che avevano appuntamento alle 9 e mezza. Quindi fate voi: sul foglio di conferma consigliano di arrivare un quarto d'ora prima, ma visto che evidentemente non basta, arrivate più o meno puntuali e mettetevi l'anima in pace. Passerete lì almeno due ore.
  •  NON PORTATE BORSE, ZAINI, MARSUPI...NEMMENO LA POCHETTE! Sebbene il cartello all'inizio della fila reciti "non sono ammesse valigie e borse di grandi dimensioni", il divieto è in realtà esteso a qualsiasi contenitore. Io, essendone a conoscenza, mi sono attrezzata con giacchino dotato di tasche e una busta della spesa per non dover tenere in mano i mille fogli che dovevo portare con me. Ma se proverete a portare anche una minuscola borsetta contenente solo le chiavi di casa, il verdetto sarà lo stesso: consegnarlo al bar accanto, che si è attrezzato come deposito, e ovviamente pagare 5€. Ma dai, vi pare che fosse gratis? Insomma, svolgono un servizio! Non per fare la spilorcia, ma con quei 5€ vi ci fate un panino all'uscita, dai.
  • NON VENITE ACCOMPAGNATI. So che è un peccato perchè la mamma/amica-o/fidanzata-o farebbe comodo nell'ora di fila che vi attende, ma NON potranno entrare con voi all'interno del palazzo. Esatto, come i cani: c'è il cartello all'ingresso con la mamma nel cerchio rosso sbarrato. ;) Solo chi deve fare richiesta di visto entra. Se avete un accompagnatore molto paziente, potrà tenervi compagnia in coda e poi svolgere il ruolo di reggi-borsa mentre si prende un luuuuungo caffè, in attesa del vostro ritorno. 
  • SE VI SENTITE FOTOGENICI, C'E' LA MACCHINETTA. Se vi siete dimenticati di fare la foto formato 5X5 (ricordate: sfondo bianco, non sorridete, orecchie scoperte...insomma, se siete venuti bene di sicuro c'è qualcosa di sbagliato, rifatela) o se siete così orribili da non essere quasi riconoscibili, avete un'ultima chance alla macchinetta in sala d'attesa. Mi raccomando, soldi contati (5€): nessuno avrà da cambiare e ovviamente la macchina non dà resto.
  • SICURI DI AVER PRESO TUTTO? Non dimenticate niente, o vi faranno tornare a casa e ricominciare la trafila! Melius abundare quam deficere, no? Quindi riempite la cartellina con tutto ciò che può essere utile. Personalmente non mi è stato chiesto niente a parte i moduli obbligatori (quindi niente che dimostri il mio amore per la patria, nè il possedimento di beni, nè lo stato patrimoniale) ma se ce l'avete, perchè non portarlo?

Fatta la coda e raggiunto l'ingresso, le guardie vi faranno entrare uno alla volta e ci sarà la solita procedura da controllo in aeroporto a cui probabilmente siete abituati. Cellulare e ogni tipo di oggetto elettronico dovrà essere lasciato nelle cassette di sicurezza all'ingresso (sì, questo è gratis); persino le chiavi della macchina sono considerate tali! 
Poi vi faranno salire, e inizierà la catena di montaggio: una prima signorina vi ordinerà i fogli e vi attaccherà la foto ai documenti, poi vi siederete ad aspettare. Una seconda signorina vi ritirerà i documenti, e vi siederete ad aspettare. Una terza vi prenderà le impronte di tutte le dita...e poi aspettare. 
Infine, il tanto agognato e temuto COLLOQUIO: nulla più che una quarta signorina che vi chiederà dove andate, per quanto, se avete parenti in America, e domande di routine. Rispetto a quanto scritto nei fogli di riepilogo, insomma, nulla di che. E' più emozionante fare la fila alle poste!

E' finita! O quasi, perchè il vostro passaporto se lo tengono loro e potrete andare a recuperarlo con il visto solo due giorni dopo. Quindi attrezzatevi per poter restare in zona, o per avere qualcuno che lo prenda al posto vostro. Altrimenti c'è la possibilità di farselo spedire, ovviamente, dai 15€ in su.

Sicuramente, questa è la descrizione più accurata che potessi fare di questo fatidico appuntamento. Nulla di cui preoccuparsi, chiaramente, ma dopo averla letta potrete andare sicuramente più tranquilli e anche risparmiare 5€ o più ;)

Questo è ciò che succede al Consolato di Milano...nelle altre città? Lo chiedo a voi! Così potremo rendere questa piccola guida davvero completa!




Ora che anche questa è andata, mi sento stranamente leggera e insieme pesante. E' tutto reale. E' tutto ufficiale. Lo era anche prima, ma da adesso a quando partirò non c'è (quasi) più nulla da fare...solo aspettare. Mancano solo due mesi...
A tratti mi assale l'ansia e vorrei fermare il tempo e cancellare tutto, altre volte vorrei solo correre al 25 agosto e prendere quell'aereo...credo che sia normale, e che più si avvicinerà la data, più l'ansia aumenterà e la prima tentazione si presenterà più spesso. Ma il tempo non si ferma, no?
Due mesi...




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giovedì 6 giugno 2013

La richiesta del Visto

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Questa è la storia di una grande avventura, di quelle che rimangono a lungo tra gli aneddoti da raccontare. Prendere appuntamento all'ambasciata degli Stati Uniti per avere un visto di ingresso.
Non mi era mai capitato di richiedere un visto, quindi probabilmente se sono rimasta tanto sconvolta è stato solo colpa della mia ignoranza in materia. Ma gli americani continuano a stupirmi per come organizzano questo genere di cose. E ancora si parla solo di prendere appuntamento, il colloquio che dovrò sostenere sarà sicuramente altrettanto esilarante e mi fornirà materiale per il prossimo post!

Cominciamo dalle basi...avendo vinto una borsa di studio con sponsor (l'ISEP), devo richiedere un visto di tipo J per entrare negli Stati Uniti. All'ufficio Erasmus mi avevano già fatto un certo terrorismo psicologico sulla procedura per prenotare un appuntamento all'ambasciata; mi avevano parlato di telefonate infinite, attese lunghissime, linee che cadono e, soprattutto..di 15€ di spesa a chiamata! Non ci credete? Fate bene, perchè in realtà mio cugino ha dovuto fare una cosa simile alla mia e non ha avuto nessun problema! Ma a quanto pare, qualche volta non sarà andata così liscia...

Visti i presupposti, quando sul sito dell'ambasciata mi è capitato di leggere "procedura on-line" per prenotare un appuntamento, sono stata immensamente felice. Ho cliccato sul link colorato tutta speranzosa, e si è aperta una nuova pagina molto schematica. Un nuovo link diceva: "informazioni per la prenotazione", e io, convinta, ho cliccato nuovamente lì. E con mia grande sorpresa, mi sono ritrovata nuovamente nella pagina da cui ero partita! Avreste dovuto vedere la mia faccia......
Ci ho messo un po' a capire come funzionasse la cosa, devo ammetterlo. Non sono proprio un ingegnere informatico, quindi non mi stupisco se a certe cose non ci arrivo, ma posso dire con un buon grado di sicurezza che quel sito è piuttosto complesso.

Alla fine ho realizzato che per ottenere ciò che mi interessava dovevo semplicemente cliccare su un nascostissimo pulsante "SIGN IN", ma prima di riuscirci erano passati almeno 10 minuti in cui avevo cliccato su tutti i link possibili. Già non ero più di buon umore.

Come da prassi, mi hanno chiesto di pagare (10$ invece dei 15€ per la telefonata, quindi consiglio caldamente di usare la procedura on line!) e di inserire tutti i miei dati. Quando credevo di aver finito, mi mancava solo una domanda e poi avrei cliccato sul pulsante "prenota un appuntamento". Rapido e indolore! Ma quell'ultima domanda mi chiedeva il numero del mio DS-160...e sono sbiancata. Non avevo nessunissimo DS-160! Avevo la carta di credito, il passaporto, il DS-2019, i dati della mia università, insomma avevo la scrivania invasa di dati...ma il DS-160 non avevo proprio idea di cosa fosse.
Dopo una rapida ricerca su internet ho scoperto che era un altro dei tanti moduli che mi avrebbero chiesto per entrare in America. Nel mio bagaglio a mano non ci sarà spazio per il telefono con tutta la carta che ci devo mettere. In poche parole, il DS-160 è qualcosa che deve compilare chiunque voglia un visto di qualsiasi tipo per gli Stati Uniti, senza distinzioni, e serve per essere registrati nel sistema della National Security. Già questo avrebbe dovuto farmi intuire a cosa stavo per andare incontro...

Inizio la compilazione, pensando che in un quarto d'ora me la sarei cavata. Mai avuto un pensiero più stupido. Per le successive due ore sono rimasta inchiodata al computer a rispondere a domande di ogni sorta! Ho dovuto inserire tutti i miei dati e tutti quelli dei miei familiari (e meno male che sono figlia unica!), ho dato i contatti telefonici, e-mail e indirizzi di due persone NON FACENTI PARTE DELLA FAMIGLIA da contattare per confermare gli scopi del mio viaggio, ho compilato pagine e pagine sulla mia università in Italia, su quella in cui andrò in America, sui miei studi e i miei lavori...
Credo di aver cliccato il pulsante avanti almeno 30 volte!

Poi è arrivata la parte più esilarante, che già mi aspettavo, conoscendo la fissa degli americani per la sicurezza, ma mai avrei pensato a domande così assurde: sei una terrorista? Hai mai fatto parte di associazioni criminali? Vieni negli Stati Uniti per scopi criminosi?
Tutte così! E anche peggio...sono arrivati a chiedermi se avevo mai commesso crimini contro l'umanità, se avevo mai spinto qualcuno all'aborto, se avevo mai ridotto qualcuno in schiavitù, e cose del genere. Faceva talmente ridere che ho chiamato la ragazza che stava facendo le pulizie a casa per condividere con lei tanta maniacalità! Ma io dico, se fossi un terrorista te lo verrei a dire nella mia richiesta di visto?

Quando finalmente anche questa parte fu completata, mi sono ritrovare ad affrontare un'impresa ancor più ardua: volevano una mia FOTO! Ma non una foto qualsiasi, la foto American Style! Quella in cui non puoi sorridere, non puoi indossare occhiali, non devi avere i capelli sulla fronte nè essere truccata...e in più, lo sfondo deve essere bianco. Sembrano cose banali, insomma, è solo una foto. Solo che io ero al computer a compilare quell'infinità di domande da almeno 3 ore, quando credevo di metterci 10 minuti. E soprattutto...in casa mia c'è la carta da parati su ogni singola parete!

Ho iniziato a spostare mobili, togliere quadri, stendere teli...mancava poco che mi mettessi a strappare la carta da parati dalle pareti, come i matti nei film! E una volta trovato il punto e scattata la foto usando la videocamera interna del computer, sono andata a cercare di caricarla e...non andava bene il formato! Allora via, di nuovo, cerca su internet, modifica il formato, riprova a caricare...e non va bene la qualità! Troppo bassa, troppe ombre, troppa poca luce, non so...alla fine ho dovuto farla con l'iphone, caricarla, modificarla e, FINALMENTE, ce l'ho fatta! A questo punto, da quando mi ero seduta al computer, nel primo pomeriggio, si era praticamente fatta sera...e ho potuto prenotare il mio appuntamento! Per quello nessun problema, anzi, dopo l'epopea vissuta mi aspettavo qualche altra complicazione...e invece ho il mio bell'appuntamento all'ambasciata a Milano tra qualche giorno. Ci sarà da ridere anche per quello, già me lo immagino, perchè sui miei fogli riepilogativi c'è scritto di portare con sè "qualunque prova dimostrante l'amore per il proprio Paese e il forte desiderio di ritornarvi e di non volersi trasferire negli Stati Uniti". Mi sto chiedendo quale tipo di prova posso portare!

Avrete presto aggiornamenti...... ;)


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