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lunedì 10 marzo 2014

Finito un viaggio...ne iniziano tanti altri!

Dopo mesi di silenzio stampa, ritorna a grande richiesta la Ragazza con la Valigia per raccontarvi come è finito il suo viaggio esistenziale negli States...e soprattutto introdurvi alle nuove politiche del blog! Non avrete mica pensato che sarebbe finito qui no? ;)

Sono stata terribilmente scortese a lasciare i miei (pochi) lettori senza aggiornamenti sulla fine della mia esperienza californiana. Per farmi perdonare, farò un veloce resoconto di come è andata (cercherò di essere concisa, ma se mi avete letto finora saprete che non è il mio forte....).

Per farlo, mi baserò su un post che ho scritto ormai sette mesi fa, quello in cui mi ponevo degli obiettivi da raggiungere durante la mia esperienza come Exchange student in California. Da allora non ci ho più veramente pensato, col passare del tempo mi ritrovavo sempre più serena e soddisfatta e ho ritenuto di averli realizzati, ma non mi sono davvero messa ad analizzarli. Vediamo quindi insieme cosa ho realizzato...e cosa no.

"- voglio crescere come persona: [...] significa tornare sentendosi più maturi di prima e con degli strumenti in più per affrontare la vita"
Era quello che mi sembrava più vago e difficile, e invece paradossalmente è quello sul quale ho meno dubbi. E' un . Sono innumerevoli gli ambiti della mia vita su cui già vedo gli effetti; 
in senso strettamente pratico, a livello lavorativo: appena rientrata mi sono messa alla ricerca di uno stage, e ho inoltrato una candidatura all'ufficio marketing di L'Oréal. Si, proprio quello, il gigante della cosmesi. Sono stata richiamata quasi subito e sottoposta ad una trafila di colloqui (4 per la precisione) che ho superato tutti con successo....tranne l'ultimo, dove evidentemente hanno trovato qualcuno più preparato di me. Ma non è questo il punto. 
Il punto è che mi sono chiesta più volte perchè mi avessero richiamato, a me che non ho un gran profilo lavorativo, che non ero nemmeno laureata, che avevo fatto una facoltà un po' ridicola...perchè io? Poi, al secondo colloquio, quello di gruppo, mi hanno involontariamente risposto: l'headhunter ci ha spiegato quali fossero i 7 "talenti" che avevano visto in noi e che li avevano spinti a farci incontrare tutti in quella stanza, e tra di essi c'era proprio un esperienza di studio/lavoro all'estero...non ci credete? Lì per lì nemmeno io...ma vi assicuro che è così. Ok, lo so cosa pensate, "si ma non ti hanno mica presa alla fine", e avete ragione...ma ho passato 3 colloqui su 4, e ci hanno detto di aver originariamente ricevuto 40 mila CV...allora, adesso capite che significa?
Tra l'altro questo va anche a confermare l'altro articolo da me postato sull'importanza di un'esperienza all'estero nella ricerca di un impiego...posso affermare con un certo margine di certezza che la risposta è NI: non assicura di essere assunti, ma è assolutamente una carta in più da giocare sul proprio Curriculum Vitae.
Ma non solo: da quando sono tornata sento che in me qualcosa è cambiato. Mi sento diversa, più serena, più positiva, meno angosciata e...in definitiva, più a mio agio con me stessa. Pensate che stia esagerando vero? Non è così...
Avevo scritto nel mio primo post di quanto mi sentissi "stretta" nella mia routine, delle mie ansie per il futuro, della mia ricerca di avventura, dei miei problemi con me stessa e perchè no, avevo anche fatto intendere di non stare proprio in un momento idilliaco con il mio ragazzo. Ora che sono tornata...bè sono uguale.
Cosa volete? Sono andata in America non a meditare con il Dalai Lama!
Però a parte gli scherzi, sono anche diversa. Mi sono trovata. Ho fatto quel qualcosa per me che mi ha fatto riprendere il controllo della mia vita. E questo ha in primis influito in maniera positiva sul rapporto con il mio ragazzo: non vi nego quanto sia stato difficile, tremendamente per me ma non immagino nemmeno quanto per lui...a volte sembrava difficile, a volte impossibile, ma poi sono tornata e ci siamo riabbracciati. Ci è voluto un po' per riprenderci le nostre abitudini e la nostra intimità, ma ora...siamo più affiatati che mai. E' come se stare separati ci avesse da un lato fatto diventare più autonomi, meno morbosi, più liberi e maturi come coppia...e dall'altro ci avesse fatto rendere conto di quanto dobbiamo davvero essere importanti l'uno per l'altra, visto che siamo riusciti a sopravvivere ad un tale ostacolo. E' stata una sfida enorme, ma superarla ha portato più benefici di quanti mai me ne sarei aspettata.
Inoltre ho guadagnato fiducia in me stessa...ricordate quel mio post sull'homesickness? Devo ammetterlo, non è stato un viaggio facile, e direi che tutto il primo mese mi sono sentita un pesce fuor d'acqua...estranea e non apprezzata. Il mio errore, col senno di poi, è stato quello di fossilizzarmi a fare cose che non mi piacevano con persone con cui non andavo d'accordo, solo perchè avevo paura che se mi fossi staccata da loro sarei rimasta sola. Le persone che avevo incontrato in aeroporto, le prime sul suolo americano, erano diventati il mio "gruppo", ma non perchè li avessi scelti, solo perchè mi erano capitati lì. E all'inizio andava bene, ma questa nostra amicizia ci ha isolato dal resto del gruppo. E quando mi sono resa conto di questo, era troppo tardi e ci eravamo auto-esclusi. Ci ho messo un bel po' prima di realizzarlo, ma poi un giorno mi sono accorta di cosa stavo facendo e...sono cambiata. Ho semplicemente smesso di correre dietro alle persone, smesso di cercare di far andare le cose come volevo io, smesso di lamentarmi. Mi sono staccata dal gruppo e mi sono aperta ad altri. E in meno di 24 ore dal momento in cui avevo realizzato tutto ciò, avevo già dei nuovi "amici-conoscenti"...che poi sono diventati amici, che poi sono stato il gruppo più bello che potessi desiderare e sento ancora. Cosa può fare una piccola presa di coscienza eh? :)
Questa cosa apparentemente "localizzata" lì, me la sono inaspettatamente portata dietro sotto forma di una maggiore fiducia in me stessa: sapere che ho affrontato delle difficoltà e che sono riuscita a superarle, a cambiare la mia situazione consapevolmente, mi ha fatto capire quanto può fare la volontà e, anche adesso, mi sento meglio con me stessa e più positiva verso il futuro.
Infine, accorgermi di come le cose abbiano cominciato a migliorare nell'esatto momento in cui ho smesso di impuntarmi per far andare le cose come volevo IO e ho cominciato a seguire la corrente degli eventi, adattandomi invece di fare resistenza, mi ha insegnato che NON SERVE STRESSARSI. Ovvio, è impossibile evitarlo completamente, ma adesso vivo gli eventi che mi capitano in modo meno "duro", cerco di essere flessibile, aperta, positiva...e mi sento molto più leggera.

Che ne dite, sono cresciuta come persona si o no? ;)

"- voglio apprezzare il mio paese conoscendo l' "altro"[...] maturità è anche capire i limiti di ciò che sembra fantastico, patriottismo è apprendere dal di fuori per cercare di cambiare dal di dentro, e un'esperienza all'estero non può trasformarsi solo in un motivo di rimpianto per essere tornata a casa."
Anche questo è un bell'obiettivo da spuntare sulla mia lista. Al contrario di molti, sono tornata a casa con una profonda consapevolezza delle mie radici, e di quanto queste si trasformassero in evidenti differenze culturali. Ritrovarmi infastidita davanti al modo ordinato e preciso di fare la fila degli americani, rendermi conto di gesticolare quando pensavo di essere un'eccezione alla regola dell'"italiano che parla con le mani", riscoprire il mio amore per il cibo italiano, accorgermi di essere sempre quella che propone di infrangere le regole invece di seguirle...mi sono accorta di quanto tanti luoghi comuni e pregiudizi siano veri, e di quanto siano parte integrante del mio carattere e vengano fuori proprio nel momento di incontro con le altre culture. Questo è sia un bene che un male: da un lato mi sono sentita davvero un pessimo soggetto e ho capito perchè tanti altri popoli ci prendano in giro, ma dall'altra ho anche realizzato che gli italiani hanno delle doti culturali, un atteggiamento leggero e diretto, un'apertura mentale, un ingegno pungente (che purtroppo utilizziamo prevalentemente per trovare modi di sfuggire alle regole, ma va be'...)...insomma, per certi versi mi sono resa conto di quanto mi piaccia essere italiana
Inoltre mi sono scoperta PATRIOTTICA, quando in Italia non lo sono mai stata, anzi ero sempre in prima linea al momento di criticare il mio paese. Quando in California sentivo un commento sull'Italia, soprattutto a livello politico, mi scaldavo come mai in vita mia. Quando guardavamo qualche video divertente sulle differenze tra culture, o per scherzo veniva fuori qualche pregiudizio sulla mia gente...mi offendevo in maniera quasi esagerata. Questo mi ha spinto a volermi informare, a voler cambiare le cose, a volerne prendere parte: mi sono informata di politica, ho letto giornali, mi sono fatta una mia idea...e sono tornata a casa con un maggiore apprezzamento verso la mia cultura, un maggiore interesse verso le sorti del mio paese, e un occhio critico molto sviluppato che mi permette di fare continuamente paragoni costruttivi tra l'Italia e l'America, e anche altri paesi con i cui rappresentanti ho avuto modo di parlare e discutere.

"- voglio conoscere gente dal mondo per diventare una cittadina del mondo. [...] conoscere, in senso profondo, culture diverse, accorgermi delle differenze...qui non solo conoscerò gli USA, ma il Giappone, l'Australia, la Germania, l'India......."
Direi che mi sono già spiegata al punto precedente, ma vorrei aggiungere che davvero ho conosciuto il MONDO. Anzi, ho avuto la fortuna di conoscere in profondità alcuni americani molto intelligenti e interessanti dal punto di vista umano e culturale, con i quali ho parlato tanto e grazie ai quali mi sono arricchita sotto ogni punto di vista. Ma ad essere sincera ho conosciuto in maniera approfondita soprattutto altri studenti Exchange, come me...i miei amici principalmente venivano da Ecuador, Sud Africa, Francia, Hong Kong, Giappone, Turchia, Australia, Germania, Inghilterra, Messico, e molti altri.
Ho imparato a riconoscere i vari accenti in lingua inglese, ho visto come i giapponesi dicano "sì" anche quando vogliano dire "no" perchè influenzati dalla loro cultura collettivista, ho scoperto che Hong Kong è uno stato separato con idioma, passaporto, moneta e governo diversi, che in Sud Africa esiste una lingua chiamata Zulu in cui c'è un fonema che è si ottiene schioccando la lingua contro il palato, che il modo di contare con le dita è diverso da paese a paese (l'1 si fa a volte col pollice, altre con l'indice, altre ancora con il mignolo....!). Se solo potessi dirvi qui tutto ciò che ho imparato, tutte le stranezze con cui sono venuta in contatto, tutte le storie diverse che ho sentito...ora sento che ognuno di questi paesi è un po' casa mia, che ho fratelli e sorelle a distanza di interi oceani, che il mio piccolo mondo si è allargato fino a comprenderne tanti altri...e non potrò mai esprimere a parole quanto tutto questo mi abbia arricchito, e quanto mi arricchirà in futuro.

"- infine, vorrei davvero chiarirmi le idee sul mio futuro. [...] pensare a quale scelta fare, [...]. Ho le idee molto confuse su cosa voglio essere e su come diventarlo...spero che conoscere questa realtà nuova e tanta gente dal mondo allarghi i miei orizzonti e le mie prospettive, e di tornare con un'idea più chiara sul mio futuro."
Questo è probabilmente l'obiettivo che mi rende più perplessa. L'ho realizzato? No, devo ammettere di no. Sono più confusa di prima su cosa fare, dove farlo e con che scopo.
Ma ho scoperto una marea di nuove cose di cui mi sono innamorata. In primis la fotografia. Il corso che ho fatto mi ha insegnato le basi della fotografia digitale e dell'editing fotografico, il che non guasta mai, e mi ha fatto scoprire una passione grandissima. Mi ha fatto vedere cose nuove, che prima non vedevo, o mi ha fatto guardare quelle vecchie con un altro sguardo. Ho scoperto la bellezza di immortalare un momento in una foto, non solo un ricordo, ma un'espressione, un colore, un significato. Probabilmente non diventerà mai la mia professione, ma adesso ho una bellissima Nikon D5100 con doppio obiettivo che mi accompagnerà in ogni avventura, amata sostituta della splendida Canon che mi ha prestato la professoressa di fotografia al Pitzer college e che mi ha accompagnato in ogni momento come la mia ombra.
Ho anche scoperto di amare la psicologia. Ho un po' di rimpianti su questo, perchè per un po' avevo creduto di aver trovato la mia strada, volevo mollare tutto e studiare psicologia. Poi ho accantonato l'idea perchè ciò che mi piace è studiare il cervello e il comportamento umano, ma non voglio diventare una psicologa. Ma quei 4 mesi di studio a dir poco intenso, la tesina finale, gli approfondimenti personali, il libro meraviglioso e costosissimo su cui ho studiato...mi hanno aperto una finestra sui miei comportamenti e su quelli degli altri, mi hanno spiegato cose che credevo inspiegabili, e hanno completamente sovvertito idee che avevo e che erano delle errate certezze
Addirittura ho maturato una convinzione: psicologia generale dovrebbe essere un esame obbligatorio per tutte le facoltà, perchè non puoi capire il mondo in cui vivi se non studi come funziona il cervello umano.
In sintesi, sono tornata a casa più confusa di prima. Non so cosa farò, nè come, nè dove...non so nemmeno il perché. Ma, forse proprio grazie al primo obiettivo raggiunto, la cosa non mi spaventa poi così tanto. Qualcosa farò. E se tutto fallisce, se non trovo niente, se non ce la faccio...ho tanti amici in tutto il mondo pronti a darmi una mano se decido di emigrare, e la consapevolezza di saper affrontare qualsiasi esperienza. E scusate se è poco!


Direi che sono stata pittosto chiara e ho detto molto di ciò che volevo dire...quanto all'essere concisa, ho miseramente fallito. Ma certe pagine di blog sono più di un resoconto o un consiglio di viaggio: sono vita vissuta. Una traccia indelebile di emozioni lasciata sul web. E se sei arrivato fin qui a leggere, spero di non averti annoiato troppo, di averti dato qualche spunto interessante, o quantomeno di esserti stata simpatica! :)

Cosa farò adesso? Cosa ne sarà di questo blog? La mia esperienza in America è conclusa, il mio GRANDE VIAGGIO è finito e con oggi ho anche scritto la sua ultima pagina. E' la fine.........

Ma la fine di cosa? Quanti viaggi ci sono dopo? Quante piccole vacanze, grandi avventure, nuove esperienze...forse posso essere ancora utile.
La Ragazza con la Valigia non si ferma gente. Non ha ancora trovato se stessa, forse qualche pezzo sì, ma la strada è ancora lunga...e la mia valigia è già pronta per una nuova partenza.

Tra pochi giorni partirò per il viaggio più avventuroso che potessi desiderare come viaggio di laurea: un INTERRAIL del nord Europa. 15 giorni di viaggio, 5 città da visitare (Praga, Berlino, Copenhagen, Amsterdam, Londra), tanti treni da prendere...e con me ci saranno una macchina fotografica e un cellulare, pronta a raccontare qui tutto ciò che mi capita.

Signori e signore, da oggi divento una TRAVEL BLOGGER! Nei miei post ci saranno un po' meno paturnie, un po' meno angosce e considerazioni esistenziali, ma tanti tanti consigli di viaggio e simpatia! Dove andare, cosa visitare e perché. Ovviamente, però, nello stile unico della Ragazza con la Valigia. E poi, perché no? Ho fatto tanti bei viaggi anche durante il mio soggiorno in California (ho qualche Road Trip da consigliarvi assolutamente), e anche prima di allora ho visitato qualche piccola gemma poco conosciuta come Cipro...ne ho di cose da raccontare anche se non le scrivo live!!!

La Ragazza con la Valigia inizia un nuovo viaggio.....



giovedì 5 settembre 2013

Shopping di lezioni

Come è ben noto grazie a numerosi film e serie televisive, il sistema scolastico americano è piuttosto diverso da quello italiano (in generale da quello dei paesi europei): da noi andare all'università significa scegliere un corso di laurea che ti piace e seguire le lezioni preimpostate, sia che siano o meno di nostro gradimento, sia che le reputiamo utili o no. Se vogliamo prendere lezioni di chitarra, o di fotografia, o di danza...dobbiamo farlo dopo le lezioni, nel tempo libero. Non c'è nulla di strano, ci siamo abituati. 
Ma per l'altra metà del mondo, le cose funzionano in modo totalmente opposto: l'università è un enorme contenitore in cui far convergere materie "classiche", materie "alternative", e...altre che non oso nemmeno chiamare materie! Qui non si sceglie un corso di laurea, si sceglie un major. Un major altro non è che una vaga indicazione di cosa scegliere tra tuoi corsi universitari: per esempio, se uno volesse fare un major in economia, probabilmente dovrebbe obbligatoriamente scegliere almeno una materia matematica, compresa entro un'ampia gamma di scelta, una economica, una storica e una sociale. In 4 anni. E il resto? Lo potrebbe riempire come gli pare, letteralmente! Gli studenti non seguono in media più di 4 o 5 materie da un credito l'anno (no, non correte a cercare borse di studio per gli Stati Uniti, 1 credito americano vale quasi 10 nostri come mole di lavoro...credetemi). Queste materie non facenti parte del loro major possono essere di ogni sorta: tra gli esempi più simpatici, c'è una classe di make up, un corso di danza, corsi di yoga, di musica, di fotografia...ci sono anche cose dai titoli assurdi che ancora mi chiedo cosa possano riguardare!
E' quello che loro, almeno qui al Pitzer College, chiamano Breath of Knowledge: la conoscenza e la cultura sono date dalla somma di tante abilità diverse e non sempre collegate, e il modo migliore di crescere come persona, anche per il futuro lavoro, è quello di provare un po' tutto, in modo da riuscire a capire cosa veramente si vuole,
Personalmente, è un concetto che trovo meraviglioso! In Italia funziona in modo diametralmente opposto: la scelta libera è ridotta al minimo, diciamo un corso all'anno, che deve essere comunque collegato con il tuo piano di studi. E tu esci dal liceo con una conoscenza minima di come sia il mondo, la vita, il lavoro, e ti ritrovi a dover scegliere già con ragionevole sicurezza quale sarà il tuo futuro.
Per me questa è stata una tragedia, perchè ho scelto in maniera abbastanza casuale qualcosa che mi desse un inquadramento generale su più fronti (andando quindi a perdere in profondità su ciascuno) e ritrovandomi alla fine del mio percorso senza avere la minima idea di cosa fare dopo. Solo perchè non ho mai potuto provare! Se avessi fatto l'università qui, probabilmente avrei fatto comunque un major in economia o qualcosa del genere. Ma poi avrei provato anche biologia, e informatica, e sociologia, e psicologia...e perchè no, fotografia e danza. E ora saprei se tutte queste cose mi piacciono o meno, e saprei forse anche quale mi piace più di tutte, in modo da sceglierla. 
Ma non è tutto oro quel che luccica: non sembra così scontato, ma all'aumentare ingente della possibilità di scelta aumenta anche parallelamente la difficoltà di farlo. Ci sono migliaia di studenti nel college e certe materie sono chiaramente molto più appetibili di altre. Per cui riuscire a scegliere e seguire ciò che davvero si desidera è praticamente una corsa all'oro: una gara al click più veloce, dal momento preciso in cui aprono l'accesso al sito per la registrazione. Nel caso dei poveri studenti del primo anno poi, e purtroppo anche di noi exchange, diventa anche un po' un terno al lotto, perchè tutti gli studenti di anni superiori (fino al quarto, cioè) hanno la possibilità di registrarsi ai corsi già dalla fine dell'anno precedente. Consierando che sono i 3/4 della popolazione studentesca del college, a noi è rimasta davvero poca scelta.
Ma poi, fosse solo questo! Gli americani amano proprio complicare la vita e inserire quante più regole possibile ovunque: non solo il corso, che ha un numero massimo di posti, deve essere ancora "aperto", ma spesso ha dei prerequisiti, oppure è aperto solo per gli studenti di un certo college, oppure, cosa peggiore, necessita del permesso scritto dell'insegnante per poter essere inserito nel piano di studi. Quindi la cosa diventa davvero delirante, perchè è tutto un raccattare corsi disponibili di qua e di là, mentre si aspetta che due o tre prosessori rispondano alla richiesta per classi chiuse, o mentre si va a fare "shopping" di corsi per capire quale sia il migliore. Ah, e nel frattempo bisogna anche cercare di non creare sovrapposizioni, tra le materie effettivamente inserite ma anche tra quelle potenziali! perchè tendenzialmente quasi tutti i corsi sono tra le 10 del mattino e le 4 del pomeriggio, dal lunedì al giovedi: la mattina e la sera, così come il venerdì, hanno solo qualche sporadica lezione qua e là. Meglio? Mica tanto...se vuoi seguire 6 corsi, nel tuo iniziale periodo di shopping, e 4 di loro si sovrappongono...tanti auguri!
Diciamo quindi che non è affatto facile: è abbastanza stressante e complicato come sistema. L'estrema libertà ha i suoi svantaggi. Ma non voglio essere falsa: trovo che tutti i problemi e le difficoltà del mondo non riescano comunque a togliere nulla a questo sistema meraviglioso. Qui materie come fisica e danza, musica e ingegneria, matematica e filosofia del linguaggio hanno lo stesso valore, la stessa dignità. Ognuna contribuisce a creare l'individuo-studente nella sua completezza e unicità. E credo che nessuno studente possa uscire di qui senza sapere se è bravo in quello che ha scelto di fare poi: hanno già provato un po' tutto, sperimentato, scoperto nuove passioni e sbagliato in modo madornale. Sono completi. Nessuno di loro ha bisogno di sapere a 18 anni se vuole diventare medico, o avvocato, o pittore o fotografo. Lo scopriranno piano piano, crescendo.

venerdì 24 maggio 2013

"Prima di partire per un lungo viaggio...."

"...porta con te la voglia di non tornare più." Così diceva Irene Grandi. Ma ci sono anche tante cose da fare...e tante difficoltà.
Se poi vai in America, la trafila burocratica è talmente lunga e complicata da far quasi passare la voglia. Più che altro, ti fa venire tutto una grande angoscia. 
Ti sembra che le giornate si accorcino, che ci siano troppe cose da fare e da ricordare prima di partire, troppe scartoffie da firmare, troppi accordi da prendere...è come quando vai in vacanza per un weekend e hai la sensazione fortissima e insopprimibile di aver dimenticato qualcosa. E poi di solito, quando arrivi, scopri che era lo spazzolino. Qui è elevato all'ennesima potenza, e cominci a sentirla mesi prima di partire. Speriamo davvero di dimenticare solo lo spazzolino, questa volta.
La cosa più irritante è...non so se chiamarla "incompetenza" delle persone, perchè mi sembra esagerato e anche un po' cattivo. Ma non trovo termini più adatti. Appena inizi un'esperienza del genere, sai di poterti rivolgere a certe persone nel tuo paese, e che potrai contare su di loro per ogni dubbio o richiesta. Ma questa è una mera utopia! 
Nel mio caso, avendo vinto una borsa di studio attraverso l'università, il personale di riferimento è quello dell'ufficio Erasmus. Il mio non è ovviamente un Erasmus, ma all'interno dell'ufficio c'è una signorina che si occupa delle borse di studio ISEP (la mia; prossimamente farò un resoconto di cosa sia, così da poter anche ispirare altri che fossero interessati. Per ora vi lascio il link al sito). 
Questa donna è veramente gentile e affabile, nulla da ridire. Nelle prime settimane mi vedeva di continuo arrrivare con qualche richiesta o dubbio, e non mi ha mai riso in faccia. Per me, è già tanto!!
Ma se ti tratta di non poterti recare in ufficio, e di avere la necessità di scrivere un'email, apriti cielo! NON c'è speranza che risponda! Ma non perchè non si trovi in ufficio o abbia altro su cui lavorare; il giorno dopo, probabilmente, riceverai una sua email su un altro argomento, di quelle con invio multiplo a tutti i vincitori della borsa di studio, e la tua sarà completamente ignorata.
Finchè mi trovo in Italia, per la precisione al momento sono a Milano, a casa mia, nulla di grave: tra qualche giorno tornerò a Urbino e passerò all'ufficio Erasmus a parlarle direttamente. Ma mi prende il panico se penso che questa donna sarà il mio principale referente per qualunque cosa quando sarò in America: ogni questione universitaria passerà per il suo computer, dalla convalida dei crediti, alle domande che potrei avere sui corsi, fino ai miei dubbi sulle tempistiche della tesi. E io non posso aspettare di tornare a casa e fare le cose con calma: non posso e basta, perché appena tornata vorrei laurearmi, per non rischiare di andare fuori corso e ripagare tasse che non servono. Per questo non mi posso permettere errori. E non posso nemmeno mettermi a telefonarle dalla California alle 3 di notte per beccare i suoi orari di lavoro e avere una risposta alle mie domande!

Il personale di contatto in America non si è rivelato tanto più disponibile. Il mio ISEP Contact nel college in cui andrò, un uomo dal nome impronunciabile che spero di non dover mai dire di fronte a qualcuno (figura di m... assicurata), è stato velocissimo nel rispondere alla mia mail, ma talmente sintetico nella risposta da risultare disinformativo!
Lo avevo contattato per avere chiarimenti sul funzionamento dei crediti; si perché, in questo college (e solo in questo a quanto pare, perchè da quello che mi dicono ognuno, in America, "fa da sè"), ogni esame vale...1 CREDITO!!! I miei esami mediamente ne valgono 10...quindi è evidente che ci sarà qualche problema di trasposizione! All'ufficio Erasmus non mi hanno saputo dare informazioni, per cui ho scritto una bellissima, faticosissima, completissima mail in inglese a questo signore. La sua risposta, dopo circa 4 ore dal mio invio (ero incredula, infatti!) è stata lapidaria. Quattro righe (contate, eh), contro la cinquantina che avevo scritto io, in cui non faceva alcun accenno a come convertire i crediti o a che sistema usassero per l'assegnazione, e mi diceva soltanto che "to get 30 Credits you'll have to take 4X1 exams". 
Qualcuno mi sa tradurre? Non per l'inglese, ovviamente non è un problema quello, ma perchè non mi ha dato nessuna risposta, fondamentalmente! Se i miei esami sono da 10 crediti, e per ottenere 30 crediti devo dare 4 esami...significa che un esame americano vale 7,qualcosaltro crediti da noi...ma che diavolo vuol dire?!? Che metodo è!?! Come mi regolo?!?

Se vi state chiedendo come ho risolto questi dubbi...bè, non li ho risolti. Qui erano e qui rimangono.
Ora c'è il passo successivo: prendere appuntamento con l'ambasciata degli Stati Uniti per un colloquio, in modo da poter ottenere il mio VISTO. Ancora non mi sono mossa in questo senso, perché ero in attesa di dei moduli e anche, lo confesso, per una certa dose di ansia. Quello che so, è che mi hanno prospettato una trafila piuttosto complessa. Con chiamate da 15$ l'una in cui cade la linea, numeri su numeri da digitare prima di ottenere l'ufficio giusto, date impossibili per l'appuntamento...e infine, al colloquio, dovrò dimostrare che "amo il mio Paese e non voglio abbandonarlo per scappare negli Stati Uniti".
Ma come dovrei fare? Devo piangere davanti al console e gridare che non voglio partire? Devo andare vestita di verde, bianco e rosso? Tanti tanti dubbi...nessuna risposta.

Lo scopriremo solo vivendo, credo. Intanto la cosa si fa sempre più reale, e più spaventosa...
Credo, comunque, che parte dello spirito di questo viaggio sia anche questo: io, ed è una caratteristica molto italiana, ho la tendenza a procrastinare, a lasciar fare agli altri, a nascondere la testa sotto la sabbia in attesa che qualcuno risolva i miei problemi al posto mio...
Le cose che mi spaventano non le prendo di petto: le lascio fuori, mi dico "domani ci penso", e tante volte rimangono lì, così, in attesa, fino a che semplicemente non vengono seppellite da altri problemi, e basta. Questa volta non si può. Questa volta devo affrontare i problemi con ordine, e non lasciarne indietro nessuno...e posso farlo solo io. Crescere significa tante cose, e significa anche questo.

Vi lascio con una frase che mi ha colpita, direttamente dal blog dell'ISEP, in un post che raccoglie le migliori citazioni sul significato del fare un'esperienza all'estero. L'ho trovata non solo molto vera, ma assolutamente perfetta per descrivere ciò che significa e, spero, significherà per me.


Why do you go away? 

So that you can come back. 

So that you can see the place you came from with new eyes and extra colors. 

And the people there see you differently, too. 

Coming back to where you started is not the same as never leaving.

― Terry Pratchett

mercoledì 8 maggio 2013

Qualche spiegazione tecnica...

Prima di iniziare a raccontare la mia esperienza e come sono giunta fino a qui, penso sia doveroso dare qualche spiegazione sul perché ho scelto questo nome per il mio blog.

Come ho già scritto, era tanto tempo che pensavo di aprirne uno...
Il mio primo contatto con il mondo dei blogger l'ho avuto circa un anno fa, perché il mio ragazzo aveva deciso di farlo. Il suo scopo principale era cercare di farne una fonte di guadagno, quindi voleva scrivere una sorta di guida; avevamo iniziato scrivendo della vacanza negli Stati Uniti che avevamo appena fatto, e mentre io scrivevo delle mie emozioni durante il viaggio e delle cose più belle che avevamo fatto, lui scriveva post molto "focalizzati", guide a come fare questo e quest'altro, in cui io non riuscivo a ritrovarmi. Così ho lasciato perdere!

Da allora però mi è rimasta la voglia...sicuramente un blog fatto a guida, stile "come fare a...", è più utile al pubblico e più remunerativo, ma non era quello che volevo fare io.
Quando poi ho scoperto di aver vinto questa borsa di studio per un college americano, ho deciso che avrei dovuto farlo, e che avrebbe dovuto essere come lo volevo io. E basta.
Per questo l'ho creato "separato" dal mio profilo, e ancora non ne ho parlato con nessuno. Perché il giudizio degli altri non potesse influenzarmi. Perché la consapevolezza che una determinata persona potesse leggerlo, non mi "censurasse". Perché fosse autentico.

Veniamo al nome: io non mi chiamo "la ragazza con la valigia". Io SONO la ragazza con la valigia.

Per la prima volta, sentii questo appellativo da mia madre. Quando avevo 15 anni e vivevo a Milano, la mia città natale, mi innamorai di un ragazzo di Firenze. Fu quello il periodo in cui cominciai a fare valigie, e da allora non ho mai smesso di essere divisa tra due città.
Stando con lui, quasi ogni weekend preparavo una grossa borsa e la portavo al liceo il venerdì mattina, poi all'uscita andavo direttamente in stazione a prendere il treno. Stavo meno di 24 ore a Firenze, e poi tornavo. Così per quasi un anno. 
Quando la storia con lui finì, invece di fermarmi raddoppiai i miei sforzi: Milano mi stava stretta, mi sembrava che tutto girasse intorno a me troppo in fretta perchè io potessi seguirlo, volevo scappare dai miei drammi e dalla mia solitudine.
Avevo molti amici in giro per l'Italia, e così iniziai a seguire le mie conoscenze per viaggiare: Brescia, Venezia, Roma, Napoli, Fano, Bologna...quanto più spesso potessi, cercavo di raggiungere qualcuno e passare un weekend fuori, a vivere la vita come la si viveva in un'altra città, con un altro ritmo.

Prima di una di queste partenze, mentre mi mettevo le scarpe seduta sulla mia valigia nell'ingresso di casa, mia madre mi diede un bacio e mi disse "ti chiamerò la ragazza con la valigia, non stai mai ferma!".
Mi piaque subito. Lì per lì pensai che fosse farina del sacco di mamma, che avesse semplicemente messo insieme tre parole per descrivermi, che non ci fosse nessuno che ci avesse pensato prima. Beata ignoranza...
Da allora non mi sono più posta il problema, e quel nome si è attaccato a me come con la colla. Viaggiavo il più possibile, in Italia e fuori, per vacanza e non, ma ciò che mi è sempre piaciuto di più non era andare in vacanza in un posto...era VIVERE un posto. Andare da qualche parte dove conoscessi le persone del luogo, facessi quello che facevano loro, vivessi la vita da cittadino comune.
Per darvi un'idea, sono stata circa 5 volte a Roma, ma solo alla 4° ho visitato il Colosseo e le altre attrazioni. Tutte le altre volte andavo semplicemente a casa di un mio amico, uscivo con lui e i suoi amici, andavamo in giro in moto e da dietro la visiera del casco mi scorrevano davanti tutte quelle opere meravigliose e quegli scorci incredibili di cui è fatta Roma. E mi andava bene così: niente turisti, niente attrazioni, solo la VITA.

Per tutto il liceo ho conservato una sorta di grande amore per il ragazzo di Firenze. Non riuscivo a scordarmi lui, e nemmeno quella bellissima città adagiata sul fiume, piccola ma grande, antica ma moderna, che si affacciava su colline verdi e che proteggeva tra le sue case una vita divertente ma raccolta, intima.

Per tutto il liceo ho desiderato andarmene. Anche prima in realtà, fin da quando ero piccola e andavo con i miei a Fano, luogo di nascita di mia madre e in cui vive mia nonna, e con gli amici andavo al mare, andavo in bicicletta, correvo sulla spiaggia e poi sulle colline circostanti, andavo a cavallo nella natura e non in un freddo e sterile maneggio. Da bambina sognavo di vivere lì, poi crescendo quel sogno era stato sostituito da altre possibilità: Firenze, Roma, Bologna...il mio mantra era "all'università me ne andrò di qui", e l'ho ripeuto per tutto il liceo, ogni volta che mi sentivo fuori posto, ogni volta che la grandezza di Milano mi faceva sentire sola, ogni volta che quella città grigia mi faceva sentire claustrofobica.

Quando ben è arrivato il momento di decidere, le mie prospettive erano cambiate. Ma non tanto da farmi restare a Milano! Mi ero innamorata di un ragazzo marchigiano, viveva vicino a Urbino e studiava lì, e quando lo andavo a trovare e mi portava a Urbino io restavo meravigliata davanti a quella minuscola città: racchiusa da mura e circondata dal verde, centinaia di studenti sorridenti in giro per le stradine, un posto "a misura d'uomo", come la descrivono anche le locandine dell'università.
E in un modo abbastanza naturale, dopo un anno di storia a distanza con quel ragazzo e il desiderio folle di andar via di casa e trovare una nuova vita, più adatta a me, mi ritrovai a traslocare in un appartamento condiviso con 5 ragazze e a iscrivermi all'Università di Urbino Carlo Bo.

Da allora sono passati 3 anni. Sto ancora con quel ragazzo: non è stata una storia facile, mai. Troppe volte stavamo per mollare, troppe volte ci siamo fatti del male, sotto ogni punto di vista, ma poi ogni volta non riuscivamo a separarci e tornavamo a provarci insieme.
Vivo ancora con una delle 5 coinquiline iniziali: con due ho litigato a morte e grazie a (o per colpa) loro ho imparato tante cose sulla convivenza tra persone. Con lei c'è un rapporto di amore e odio, in cui però finisce sempre per vincere l'amore. Le altre cambiano di anno in anno, portando ogni volta ventate di novità e divertimento.
Urbino è piccola, anzi minuscola. Se non avessi la macchina, e la scusa del mio ragazzo per andare spesso fuori, penso che avrei già sbroccato, lo ammetto :) ma il modo in cui si formano le relazioni qui, in cui esci per una commissione e ti ritrovi a fare un aperitivo con gli amici, in cui andare all'università significa semplicemente fare una passeggiata (in salita) in mezzo agli alberi, in cui andare a cavallo significa montare in sella e avventurarsi in mezzo al bosco e alla natura...bè, tutto questo non mi fa mai sentire troppo la mancanza delle mille possibilità offerte dalla sopravvalutata Milano.

Prima di decidere dove andare all'università, quando tutti i miei amici si iscrivevano a Milano e persino alcuni di quelli che andavo a trovare in altre città programmavano di trasferirsi lì, mi ritrovavo spesso a chiedermi "cosa sto facendo?!?".

E' giusto scappare dalla propria vita? Può davvero essere il posto in cui vivi a influenzare la tua felicità, o è la tua felicità che influenza il posto in cui vivi? Cambiare posto può essere la chiave per trovare una serenità che dove sei nato non riesci a conoscere??
Quanti dubbi, e allora non avevo nessuna risposta. Non conoscevo nessuno che avesse fatto una follia simile. Mi sentivo sola e incompresa. 
Forse qualcun altro si trova davanti ad una scelta simile; nel caso fossi proprio TU, e ti stessi facendo le mie stesse domande, ti darò la risposta che io avrei voluto sentirmi dire allora:

CHI SIAMO E COME SIAMO SONO CONCETTI SUPERIORI, CHE DIPENDONO DA NOI, NON DALLA NOSTRA CITTA' O DAI NOSTRI AMICI O DALLA NOSTRA SCUOLA. DIPENDE DA COME SIAMO NATI, DALL'ORDINE PRECISO E UNICO DI CELLULE CHE FORMA IL NOSTRO CERVELLO, DALLE ESPERIENZE CHE FIN DA PICCOLISSIMI ABBIAMO FATTO, PRIMA ANCORA DI RENDERCI CONTO CHE AVEVAMO DUE MANI E DUE PIEDI.
MA C'E' QUALCOS'ALTRO...FORSE NON E' PROPRIO LA CITTA' IN CUI VIVIAMO A INFLUENZARCI, MA IL MODO IN CUI NOI VIVIAMO LA CITTA' SI'. CAMBIARE ARIA FA SEMPRE BENE: TI DA NUOVI STIMOLI E FAI NUOVE ESPERIENZE CHE TI CAMBIANO E TI INSEGNANO MOLTO, NEL BENE E NEL MALE.
Io non sono una persona "felice" ora, nel senso che non ho trovato nessun senso di pace superiore, nè una calma interiore degna degli Epicurei, nè credo di aver trovato a Urbino la chiave per raggiungere la felicità. Ma vi posso assicurare che ho realizzato esattamente ciò di cui avevo bisogno: ho messo alla prova me stessa, ho cambiato stile di vita, sono diventata autonoma e indipendente, e sento dentro di me di essere una persona più forte, più matura, più consapevole di quella che tre anni fa è partita da Milano. E' QUESTO CIO' CHE CONTA QUANDO TE NE VAI: SE SENTI DI POTERTI REALIZZARE MEGLIO ALTROVE CHE DOVE TI TROVI, SE SENTI DI AVER BISOGNO DI ESPERIENZE CHE RESTANDO A CASA NON PUOI FARE, SE SENTI CHE TI MANCA LO STIMOLO PER ESSERE "DI PIU'"...ALLORS VAI, SPICCA IL VOLO. SEMPRE. NON SBAGLIERAI.


Veniamo all'ultimo concetto, che poi era quello iniziale (è uno dei miei difetti, mi dilungo facilmente...).
Quando l'idea di aprire il blog si è concretizzata, non ho avuto dubbi sul nome: "la ragazza con la valigia" l'aveva deciso molti anni prima mia madre al posto mio.
Ma quando poi Blogger mi chiese quale nome volessi dare al mio dominio, mi accorsi che quello era occupato. PANICO!
aperta una pagina di Google, mi è bastato digitare le prime lettere per scoprire che era un film!! Non ne avevo idea...tra l'altro io sono un po' ignorante sul cinema "storico", ma davvero non l'avevo mai sentito! E voi? E' tanto famoso?? 
Da lì il passo è breve: mi è bastato aggiungere la parola "blog" alla fine della query, è Google mi ha scaricato davanti una serie infinita di risultati.
Insomma, quanto a originalità non vado proprio forte :(
Ho passato una buona mezz'ora a chiedermi cosa fare...cambiare? aggiungere un qualche aggettivo? un numero? mettere un nome completamente diverso?
Mi ci sono scervellata, dico davvero. Ma poi ho capito: l'unico appellativo con cui volevo essere chiamata mentre scrivevo su questo blog, è quello.  Non importa a quante altre persone, o film, appartenga: è mio. E' anche mio. 

Quindi chiedo scusa a tutti, a tutte le ragazze che hanno un blog con lo stesso nome, a tutte le star del cinema che hanno recitato nel film e anche al regista. Siamo tutte ragazze con la valigia, tutte persone in cerca di un'identità, tutte coraggiose e avventurose...e meritiamo tutte di chiamarci come cavolo ci pare.
:)