Come è ben noto grazie a numerosi film e serie televisive, il sistema scolastico americano è piuttosto diverso da quello italiano (in generale da quello dei paesi europei): da noi andare all'università significa scegliere un corso di laurea che ti piace e seguire le lezioni preimpostate, sia che siano o meno di nostro gradimento, sia che le reputiamo utili o no. Se vogliamo prendere lezioni di chitarra, o di fotografia, o di danza...dobbiamo farlo dopo le lezioni, nel tempo libero. Non c'è nulla di strano, ci siamo abituati.
Ma per l'altra metà del mondo, le cose funzionano in modo totalmente opposto: l'università è un enorme contenitore in cui far convergere materie "classiche", materie "alternative", e...altre che non oso nemmeno chiamare materie! Qui non si sceglie un corso di laurea, si sceglie un major. Un major altro non è che una vaga indicazione di cosa scegliere tra tuoi corsi universitari: per esempio, se uno volesse fare un major in economia, probabilmente dovrebbe obbligatoriamente scegliere almeno una materia matematica, compresa entro un'ampia gamma di scelta, una economica, una storica e una sociale. In 4 anni. E il resto? Lo potrebbe riempire come gli pare, letteralmente! Gli studenti non seguono in media più di 4 o 5 materie da un credito l'anno (no, non correte a cercare borse di studio per gli Stati Uniti, 1 credito americano vale quasi 10 nostri come mole di lavoro...credetemi). Queste materie non facenti parte del loro major possono essere di ogni sorta: tra gli esempi più simpatici, c'è una classe di make up, un corso di danza, corsi di yoga, di musica, di fotografia...ci sono anche cose dai titoli assurdi che ancora mi chiedo cosa possano riguardare!
E' quello che loro, almeno qui al Pitzer College, chiamano Breath of Knowledge: la conoscenza e la cultura sono date dalla somma di tante abilità diverse e non sempre collegate, e il modo migliore di crescere come persona, anche per il futuro lavoro, è quello di provare un po' tutto, in modo da riuscire a capire cosa veramente si vuole,
Personalmente, è un concetto che trovo meraviglioso! In Italia funziona in modo diametralmente opposto: la scelta libera è ridotta al minimo, diciamo un corso all'anno, che deve essere comunque collegato con il tuo piano di studi. E tu esci dal liceo con una conoscenza minima di come sia il mondo, la vita, il lavoro, e ti ritrovi a dover scegliere già con ragionevole sicurezza quale sarà il tuo futuro.
Per me questa è stata una tragedia, perchè ho scelto in maniera abbastanza casuale qualcosa che mi desse un inquadramento generale su più fronti (andando quindi a perdere in profondità su ciascuno) e ritrovandomi alla fine del mio percorso senza avere la minima idea di cosa fare dopo. Solo perchè non ho mai potuto provare! Se avessi fatto l'università qui, probabilmente avrei fatto comunque un major in economia o qualcosa del genere. Ma poi avrei provato anche biologia, e informatica, e sociologia, e psicologia...e perchè no, fotografia e danza. E ora saprei se tutte queste cose mi piacciono o meno, e saprei forse anche quale mi piace più di tutte, in modo da sceglierla.
Ma non è tutto oro quel che luccica: non sembra così scontato, ma all'aumentare ingente della possibilità di scelta aumenta anche parallelamente la difficoltà di farlo. Ci sono migliaia di studenti nel college e certe materie sono chiaramente molto più appetibili di altre. Per cui riuscire a scegliere e seguire ciò che davvero si desidera è praticamente una corsa all'oro: una gara al click più veloce, dal momento preciso in cui aprono l'accesso al sito per la registrazione. Nel caso dei poveri studenti del primo anno poi, e purtroppo anche di noi exchange, diventa anche un po' un terno al lotto, perchè tutti gli studenti di anni superiori (fino al quarto, cioè) hanno la possibilità di registrarsi ai corsi già dalla fine dell'anno precedente. Consierando che sono i 3/4 della popolazione studentesca del college, a noi è rimasta davvero poca scelta.
Ma poi, fosse solo questo! Gli americani amano proprio complicare la vita e inserire quante più regole possibile ovunque: non solo il corso, che ha un numero massimo di posti, deve essere ancora "aperto", ma spesso ha dei prerequisiti, oppure è aperto solo per gli studenti di un certo college, oppure, cosa peggiore, necessita del permesso scritto dell'insegnante per poter essere inserito nel piano di studi. Quindi la cosa diventa davvero delirante, perchè è tutto un raccattare corsi disponibili di qua e di là, mentre si aspetta che due o tre prosessori rispondano alla richiesta per classi chiuse, o mentre si va a fare "shopping" di corsi per capire quale sia il migliore. Ah, e nel frattempo bisogna anche cercare di non creare sovrapposizioni, tra le materie effettivamente inserite ma anche tra quelle potenziali! perchè tendenzialmente quasi tutti i corsi sono tra le 10 del mattino e le 4 del pomeriggio, dal lunedì al giovedi: la mattina e la sera, così come il venerdì, hanno solo qualche sporadica lezione qua e là. Meglio? Mica tanto...se vuoi seguire 6 corsi, nel tuo iniziale periodo di shopping, e 4 di loro si sovrappongono...tanti auguri!
Diciamo quindi che non è affatto facile: è abbastanza stressante e complicato come sistema. L'estrema libertà ha i suoi svantaggi. Ma non voglio essere falsa: trovo che tutti i problemi e le difficoltà del mondo non riescano comunque a togliere nulla a questo sistema meraviglioso. Qui materie come fisica e danza, musica e ingegneria, matematica e filosofia del linguaggio hanno lo stesso valore, la stessa dignità. Ognuna contribuisce a creare l'individuo-studente nella sua completezza e unicità. E credo che nessuno studente possa uscire di qui senza sapere se è bravo in quello che ha scelto di fare poi: hanno già provato un po' tutto, sperimentato, scoperto nuove passioni e sbagliato in modo madornale. Sono completi. Nessuno di loro ha bisogno di sapere a 18 anni se vuole diventare medico, o avvocato, o pittore o fotografo. Lo scopriranno piano piano, crescendo.
C'era una volta una ragazza che non riusciva a stare ferma...la sua valigia era sempre pronta: a volte faceva piccoli viaggi, altre attraversava l'italia per amore, altre ancora scappava il più lontano possibile da se stessa...era sempre in cerca di qualcosa... E lo sta ancora cercando...
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giovedì 5 settembre 2013
Shopping di lezioni
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giovedì 29 agosto 2013
American way of life
Il college americano è qualcosa di inimmaginabile per un qualsiasi studente italiano; ero già consapevole di questo, ma non davvero, non come ora lo sto scoprendo...ed è solo l'inizio!
E' come se qui lo studio fosse qualcosa di collaterale...si impegnano molto, e si vede, ma creano intorno al mero compito di "studiare" tutta un'esperienza incredibile fatta di vita sociale, animazione, eventi, club, strutture complesse. In Italia, ti iscrivi all'università, ricevi qualche informazione, ti mandano a casa e via, sei uno studente universitario: il resto sta a te.
Qui c'è tutto un universo dietro, e non solo per gli exchange student! Basta pensare che, proprio in questo momento, gli studenti del primo anno appena iscritti si trovano da qualche parte in California a fare una Orientation Adventure, una specie di gita. E l'anno non è nemmeno ancora incominciato! Perchè? Ma per farli conoscere, perchè facciano amicizia, perchè la loro vita universitaria non sia solo studio, anzi!
Noi exchange students, dal canto nostro, abbiamo passato gli ultimi 3 giorni tra shopping, tour della città e del college, discorsi profondi e toccanti da parte di tutto lo staff, indicazioni concrete e regole ferree...e una gita a Newport Beach.
Non saprei da dove cominciare nell'elencare le cose che più mi hanno colpito in questa breve ma intensa esperienza introduttiva...probabilmente ogni cosa che ho visto e fatto! Senza dubbio, la prima cosa da dire è il college in sè. E' qualcosa di più di un'università, qualcosa di più di una città, qualcosa di più di un hotel...è tutte queste cose messe insieme, e molto di più. Ci sono 5 college che fanno parte del consorzio, tutti vicini e tutti simili, ma ognuno con la sua personalità, la sua particolare architettura, i suoi diversi giardini con piante particolari...il verde è una cosa che colpisce ovunque ti volti: grandi, immensi prati rigogliosi anche se il clima è torrido e a malapena dovrebbero crescere cactus ed arbusti. Colpisce ancora di più perchè lo spazio è ancora quasi completamente vuoto, dato che la maggior parte degli studenti non sono ancora tornati: ti guardi intorno e ti immagini gli studenti che chiacchierano, ridono, studiano, si sdraiano nell'erba, e ti ritrovi a pensare che ogni singola cosa è stata studiata appositamente per loro. Non è come a Urbino, che è diventata a tutti gli effetti un campus, ma lo è solo perchè in una piccola città racchiusa da mura sono arrivati 15.000 studenti. Qui ogni panchina, ogni fontana, ogni albero, è stato piantano per gli studenti, perchè possano sfruttarli, amarli, perchè aiutino la loro carriera di studenti e di futuri lavoratori. E' una concezione completamente diversa della vita, e credo dovremmo imparare molto da loro in questo campo.
D'altronde, non ci sono solo panchine ed alberi: ci sono piscine, palestre, biblioteche, aree studio, cucine comuni, mille diverse mense che servono cose differenti ogni sera...tutto gratis. O meglio, costa un sacco di soldi. Ma poi è gratis, è lì, è tutto a tua disposizione. Anche in questi giorni di orientamento, non ho sborsato un centesimo. Colazioni, pranzi, cene, attività, eventi, strutture, personale...in qualche oscura maniera riescono a fare sì che tutto ciò sia a disposizione di tutti, anche di chi, come noi, effettivamente non sta pagando! A dire il vero non è difficile immaginare come: il valore della mia borsa di studio, almeno secondo quanto scritto sui fogli che mi hanno dato, è di 29 mila dollari. Ok? VENTINOVE MILA DOLLARI. Un semestre. Riucite ad immaginarlo? Io no. Non so nemmeno quantificare una tale cifra. Ma qui è così e non siamo nemmeno ad Harvard. Insomma, se una normale famiglia americana vuole mandare il figlio all'università, deve sborsare 29.000 dollari. Per 8 volte (4 anni). Un salasso. Infatti, negli Stati Uniti, esistono sistemi di prestito simili al mutuo per riuscire a permettersi tali cifre, nonchè borse di studio per quasi qualsiasi cosa. Ma, comunque, viene in mente una pubblicità sociale che mi è capitato di leggere da qualche parte, contro il sistema educativo americano: nell'immagine si vedeva un ragazzo povero che non poteva permettersi l'università, e lo slogan recitava "What if he was the next Einstein?". Ed è vero...è giusto rendere l'istruzione qualcosa di così elitario? Non so dare risposta a questa domanda, davvero...il mio spirito critico dice di no, ma d'altra parte sono una delle grandi potenze del mondo, se non altro dal punto di vista culturale e tecnologico. Qui è dove il Sogno Americano si può realizzare, dove da zero si può essere infinito. Qui, secondo una statistica riportata oggi, il 90% degli studenti si laurea nei 4 anni prestabiliti. E allora come puoi non giustificarli?
L'altra grande cosa che mi ha colpito, e credo continuerà a colpirmi sempre, è quella che io definisco (non solo io in realtà) l'"ipocrisia" americana.
Metà della giornata odierna l'hanno passata a spiegarci cosa si può e cosa non si può fare nel campus. Per la maggior parte, cosa NON si può. Regole, divieti, sanzioni...ore ed ore passate a fare vero e proprio terrorismo psicologico. Se fumi dove non devi sarai punito, se scarichi film la polizia rintraccia l'IP del computer e ti rimuovono dalla rete, se pubblichi su facebook una foto in cui bevi alcolici e sei minorenne, potresti avere ripercussioni. Non sto scherzando, porto esempi reali di cose che ci sono state dette oggi. Per ogni reato, la sua punizione. Molto chiaro, anzi, impossibile dire "non lo sapevo". Proprio qui sta la grande differenza: anche in Italia so che è illegale scaricare film o bere alcolici da minorenne, ma nessuno mi ha mai detto a cosa vado incontro se lo faccio. Qui è probabile che nessuno si accorga nemmeno di quello che fai, men che meno la polizia, ma il fatto è....pensate che mi metterò a provare se è vero?
La terra delle libertà, ma sei libero solo di fare come dicono loro. Ipocrisia, no? Però le cose funzionano. Non ho dubbi che nel college ci sia chi beve e ha 19 anni, chi fuma, chi fa uso di droghe e chi scarica film...ma la realtà è che sono certa che molte persone non avranno voglia di rischiare ripercussioni e si limiteranno a non provare neanche. Questo in fondo si chiama rispettare le regole...forse credere che la gente sia onesta per qualche senso di giustizia superiore è semplicemente sopravvalutato.
L'altra e più marcata forma di ipocrisia riguarda l'altra faccia della medaglia, cioè il fare ciò che loro ti hanno detto di non fare. Ti dicono che non devi ubriacarti e istituiscono la "dry week" per la prima settimana, ma poi il resto dell'anno? Fare una cosa del genere non è come sottolineare la cosa con un "dalla seconda fate quello che vi pare"? Oppure, puoi andare in giro con una bottiglia di alcool, ma solo se chiusa...sigillata anzi. Se vai da una camera all'altra con la bottiglia chiusa, va bene, stai andando ad ubriacarti in qualche dormitorio, ma ok, che problema c'è. Se però il tappo non è più sigillato, non puoi. Che senso ha mi chiedo? E' come se stessero continuamente lì a dirti che ti osservano e ti controllano. Poi però ti passano accanto e fingono di guardare dall'altra parte.
L'ultima considerazione, ma forse la più importante e degna di nota, è il modo in cui si presentano. E di conseguenza, il modo in cui ti fanno sentire per avere l'opportunità di essere lì. Oggi, durante i primi discorsi introduttivi dei membri dello staff, quando varie persone parlavano della nostra esperienza, di come ci avrebbe cambiato, di come sarebbe stata importante...quasi piangevo! Il modo di fare i discorsi, come si muovono, come gli brillano gli occhi...è una forma di patriottismo che ti contagia, ti fa sentire parte di qualcosa, ti fa sentire importante a tua volta perchè puoi fare parte di qualcosa di così bello e di valore. Sarebbe bello poter fare un erasmus in Italia, per poter davvero valutare le differenze e dare un giudizio. Non posso, quindi dovrò basarmi sulle mie uniche esperienze, cioè le presentazioni dei miei corsi universitari e, prima, del mio liceo. Mai, in 20 anni di carriera studentesca, ho sentito l'entusiasmo che ho percepito oggi in chi parlava. Mai mi sono sentita così coinvolta, così appoggiata, così importante per un'istituzione...hanno creato interi programmi ed eventi per noi, dalla host family al picnic di benvenuto, dall'iPlace per gli studenti stranieri al "passaporto" contenente tutte le informazioni e tutti gli eventi...
Adesso sono solo curiosa di vedere come procede. Tutto questo è fantastico, ma ha anche tanti lati oscuri, alcuni dei quali li ho già nominati. La cultura americana, l'American way of life, è fatta di grandi luci e di grandi ombre, di cose meravigliose e altre che vanno a scapito dei più deboli, di grandi opportunità ed enormi sconfitte...in Italia, invece, nella nostra mediocrità almeno sappiamo di non sbagliare. Continuerò a scrutare questo straordinario mondo, ma terrò sempre gli occhi bene aperti per non cadere nella trappola dei creduloni. Solo così potrò portare a casa dei veri insegnamenti e magari, se potrò e ne sarò capace, cercare di migliorare un po' ciò che non va a casa mia.
E' come se qui lo studio fosse qualcosa di collaterale...si impegnano molto, e si vede, ma creano intorno al mero compito di "studiare" tutta un'esperienza incredibile fatta di vita sociale, animazione, eventi, club, strutture complesse. In Italia, ti iscrivi all'università, ricevi qualche informazione, ti mandano a casa e via, sei uno studente universitario: il resto sta a te.
Qui c'è tutto un universo dietro, e non solo per gli exchange student! Basta pensare che, proprio in questo momento, gli studenti del primo anno appena iscritti si trovano da qualche parte in California a fare una Orientation Adventure, una specie di gita. E l'anno non è nemmeno ancora incominciato! Perchè? Ma per farli conoscere, perchè facciano amicizia, perchè la loro vita universitaria non sia solo studio, anzi!
Noi exchange students, dal canto nostro, abbiamo passato gli ultimi 3 giorni tra shopping, tour della città e del college, discorsi profondi e toccanti da parte di tutto lo staff, indicazioni concrete e regole ferree...e una gita a Newport Beach.
Non saprei da dove cominciare nell'elencare le cose che più mi hanno colpito in questa breve ma intensa esperienza introduttiva...probabilmente ogni cosa che ho visto e fatto! Senza dubbio, la prima cosa da dire è il college in sè. E' qualcosa di più di un'università, qualcosa di più di una città, qualcosa di più di un hotel...è tutte queste cose messe insieme, e molto di più. Ci sono 5 college che fanno parte del consorzio, tutti vicini e tutti simili, ma ognuno con la sua personalità, la sua particolare architettura, i suoi diversi giardini con piante particolari...il verde è una cosa che colpisce ovunque ti volti: grandi, immensi prati rigogliosi anche se il clima è torrido e a malapena dovrebbero crescere cactus ed arbusti. Colpisce ancora di più perchè lo spazio è ancora quasi completamente vuoto, dato che la maggior parte degli studenti non sono ancora tornati: ti guardi intorno e ti immagini gli studenti che chiacchierano, ridono, studiano, si sdraiano nell'erba, e ti ritrovi a pensare che ogni singola cosa è stata studiata appositamente per loro. Non è come a Urbino, che è diventata a tutti gli effetti un campus, ma lo è solo perchè in una piccola città racchiusa da mura sono arrivati 15.000 studenti. Qui ogni panchina, ogni fontana, ogni albero, è stato piantano per gli studenti, perchè possano sfruttarli, amarli, perchè aiutino la loro carriera di studenti e di futuri lavoratori. E' una concezione completamente diversa della vita, e credo dovremmo imparare molto da loro in questo campo.
D'altronde, non ci sono solo panchine ed alberi: ci sono piscine, palestre, biblioteche, aree studio, cucine comuni, mille diverse mense che servono cose differenti ogni sera...tutto gratis. O meglio, costa un sacco di soldi. Ma poi è gratis, è lì, è tutto a tua disposizione. Anche in questi giorni di orientamento, non ho sborsato un centesimo. Colazioni, pranzi, cene, attività, eventi, strutture, personale...in qualche oscura maniera riescono a fare sì che tutto ciò sia a disposizione di tutti, anche di chi, come noi, effettivamente non sta pagando! A dire il vero non è difficile immaginare come: il valore della mia borsa di studio, almeno secondo quanto scritto sui fogli che mi hanno dato, è di 29 mila dollari. Ok? VENTINOVE MILA DOLLARI. Un semestre. Riucite ad immaginarlo? Io no. Non so nemmeno quantificare una tale cifra. Ma qui è così e non siamo nemmeno ad Harvard. Insomma, se una normale famiglia americana vuole mandare il figlio all'università, deve sborsare 29.000 dollari. Per 8 volte (4 anni). Un salasso. Infatti, negli Stati Uniti, esistono sistemi di prestito simili al mutuo per riuscire a permettersi tali cifre, nonchè borse di studio per quasi qualsiasi cosa. Ma, comunque, viene in mente una pubblicità sociale che mi è capitato di leggere da qualche parte, contro il sistema educativo americano: nell'immagine si vedeva un ragazzo povero che non poteva permettersi l'università, e lo slogan recitava "What if he was the next Einstein?". Ed è vero...è giusto rendere l'istruzione qualcosa di così elitario? Non so dare risposta a questa domanda, davvero...il mio spirito critico dice di no, ma d'altra parte sono una delle grandi potenze del mondo, se non altro dal punto di vista culturale e tecnologico. Qui è dove il Sogno Americano si può realizzare, dove da zero si può essere infinito. Qui, secondo una statistica riportata oggi, il 90% degli studenti si laurea nei 4 anni prestabiliti. E allora come puoi non giustificarli?
L'altra grande cosa che mi ha colpito, e credo continuerà a colpirmi sempre, è quella che io definisco (non solo io in realtà) l'"ipocrisia" americana.
Metà della giornata odierna l'hanno passata a spiegarci cosa si può e cosa non si può fare nel campus. Per la maggior parte, cosa NON si può. Regole, divieti, sanzioni...ore ed ore passate a fare vero e proprio terrorismo psicologico. Se fumi dove non devi sarai punito, se scarichi film la polizia rintraccia l'IP del computer e ti rimuovono dalla rete, se pubblichi su facebook una foto in cui bevi alcolici e sei minorenne, potresti avere ripercussioni. Non sto scherzando, porto esempi reali di cose che ci sono state dette oggi. Per ogni reato, la sua punizione. Molto chiaro, anzi, impossibile dire "non lo sapevo". Proprio qui sta la grande differenza: anche in Italia so che è illegale scaricare film o bere alcolici da minorenne, ma nessuno mi ha mai detto a cosa vado incontro se lo faccio. Qui è probabile che nessuno si accorga nemmeno di quello che fai, men che meno la polizia, ma il fatto è....pensate che mi metterò a provare se è vero?
La terra delle libertà, ma sei libero solo di fare come dicono loro. Ipocrisia, no? Però le cose funzionano. Non ho dubbi che nel college ci sia chi beve e ha 19 anni, chi fuma, chi fa uso di droghe e chi scarica film...ma la realtà è che sono certa che molte persone non avranno voglia di rischiare ripercussioni e si limiteranno a non provare neanche. Questo in fondo si chiama rispettare le regole...forse credere che la gente sia onesta per qualche senso di giustizia superiore è semplicemente sopravvalutato.
L'altra e più marcata forma di ipocrisia riguarda l'altra faccia della medaglia, cioè il fare ciò che loro ti hanno detto di non fare. Ti dicono che non devi ubriacarti e istituiscono la "dry week" per la prima settimana, ma poi il resto dell'anno? Fare una cosa del genere non è come sottolineare la cosa con un "dalla seconda fate quello che vi pare"? Oppure, puoi andare in giro con una bottiglia di alcool, ma solo se chiusa...sigillata anzi. Se vai da una camera all'altra con la bottiglia chiusa, va bene, stai andando ad ubriacarti in qualche dormitorio, ma ok, che problema c'è. Se però il tappo non è più sigillato, non puoi. Che senso ha mi chiedo? E' come se stessero continuamente lì a dirti che ti osservano e ti controllano. Poi però ti passano accanto e fingono di guardare dall'altra parte.
L'ultima considerazione, ma forse la più importante e degna di nota, è il modo in cui si presentano. E di conseguenza, il modo in cui ti fanno sentire per avere l'opportunità di essere lì. Oggi, durante i primi discorsi introduttivi dei membri dello staff, quando varie persone parlavano della nostra esperienza, di come ci avrebbe cambiato, di come sarebbe stata importante...quasi piangevo! Il modo di fare i discorsi, come si muovono, come gli brillano gli occhi...è una forma di patriottismo che ti contagia, ti fa sentire parte di qualcosa, ti fa sentire importante a tua volta perchè puoi fare parte di qualcosa di così bello e di valore. Sarebbe bello poter fare un erasmus in Italia, per poter davvero valutare le differenze e dare un giudizio. Non posso, quindi dovrò basarmi sulle mie uniche esperienze, cioè le presentazioni dei miei corsi universitari e, prima, del mio liceo. Mai, in 20 anni di carriera studentesca, ho sentito l'entusiasmo che ho percepito oggi in chi parlava. Mai mi sono sentita così coinvolta, così appoggiata, così importante per un'istituzione...hanno creato interi programmi ed eventi per noi, dalla host family al picnic di benvenuto, dall'iPlace per gli studenti stranieri al "passaporto" contenente tutte le informazioni e tutti gli eventi...
Adesso sono solo curiosa di vedere come procede. Tutto questo è fantastico, ma ha anche tanti lati oscuri, alcuni dei quali li ho già nominati. La cultura americana, l'American way of life, è fatta di grandi luci e di grandi ombre, di cose meravigliose e altre che vanno a scapito dei più deboli, di grandi opportunità ed enormi sconfitte...in Italia, invece, nella nostra mediocrità almeno sappiamo di non sbagliare. Continuerò a scrutare questo straordinario mondo, ma terrò sempre gli occhi bene aperti per non cadere nella trappola dei creduloni. Solo così potrò portare a casa dei veri insegnamenti e magari, se potrò e ne sarò capace, cercare di migliorare un po' ciò che non va a casa mia.
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Ubicazione:
Posizione sconosciuta.
venerdì 24 maggio 2013
"Prima di partire per un lungo viaggio...."
"...porta con te la voglia di non tornare più." Così diceva Irene Grandi. Ma ci sono anche tante cose da fare...e tante difficoltà.
Se poi vai in America, la trafila burocratica è talmente lunga e complicata da far quasi passare la voglia. Più che altro, ti fa venire tutto una grande angoscia.
Ti sembra che le giornate si accorcino, che ci siano troppe cose da fare e da ricordare prima di partire, troppe scartoffie da firmare, troppi accordi da prendere...è come quando vai in vacanza per un weekend e hai la sensazione fortissima e insopprimibile di aver dimenticato qualcosa. E poi di solito, quando arrivi, scopri che era lo spazzolino. Qui è elevato all'ennesima potenza, e cominci a sentirla mesi prima di partire. Speriamo davvero di dimenticare solo lo spazzolino, questa volta.
La cosa più irritante è...non so se chiamarla "incompetenza" delle persone, perchè mi sembra esagerato e anche un po' cattivo. Ma non trovo termini più adatti. Appena inizi un'esperienza del genere, sai di poterti rivolgere a certe persone nel tuo paese, e che potrai contare su di loro per ogni dubbio o richiesta. Ma questa è una mera utopia!
Nel mio caso, avendo vinto una borsa di studio attraverso l'università, il personale di riferimento è quello dell'ufficio Erasmus. Il mio non è ovviamente un Erasmus, ma all'interno dell'ufficio c'è una signorina che si occupa delle borse di studio ISEP (la mia; prossimamente farò un resoconto di cosa sia, così da poter anche ispirare altri che fossero interessati. Per ora vi lascio il link al sito).
Questa donna è veramente gentile e affabile, nulla da ridire. Nelle prime settimane mi vedeva di continuo arrrivare con qualche richiesta o dubbio, e non mi ha mai riso in faccia. Per me, è già tanto!!
Ma se ti tratta di non poterti recare in ufficio, e di avere la necessità di scrivere un'email, apriti cielo! NON c'è speranza che risponda! Ma non perchè non si trovi in ufficio o abbia altro su cui lavorare; il giorno dopo, probabilmente, riceverai una sua email su un altro argomento, di quelle con invio multiplo a tutti i vincitori della borsa di studio, e la tua sarà completamente ignorata.
Finchè mi trovo in Italia, per la precisione al momento sono a Milano, a casa mia, nulla di grave: tra qualche giorno tornerò a Urbino e passerò all'ufficio Erasmus a parlarle direttamente. Ma mi prende il panico se penso che questa donna sarà il mio principale referente per qualunque cosa quando sarò in America: ogni questione universitaria passerà per il suo computer, dalla convalida dei crediti, alle domande che potrei avere sui corsi, fino ai miei dubbi sulle tempistiche della tesi. E io non posso aspettare di tornare a casa e fare le cose con calma: non posso e basta, perché appena tornata vorrei laurearmi, per non rischiare di andare fuori corso e ripagare tasse che non servono. Per questo non mi posso permettere errori. E non posso nemmeno mettermi a telefonarle dalla California alle 3 di notte per beccare i suoi orari di lavoro e avere una risposta alle mie domande!
Il personale di contatto in America non si è rivelato tanto più disponibile. Il mio ISEP Contact nel college in cui andrò, un uomo dal nome impronunciabile che spero di non dover mai dire di fronte a qualcuno (figura di m... assicurata), è stato velocissimo nel rispondere alla mia mail, ma talmente sintetico nella risposta da risultare disinformativo!
Lo avevo contattato per avere chiarimenti sul funzionamento dei crediti; si perché, in questo college (e solo in questo a quanto pare, perchè da quello che mi dicono ognuno, in America, "fa da sè"), ogni esame vale...1 CREDITO!!! I miei esami mediamente ne valgono 10...quindi è evidente che ci sarà qualche problema di trasposizione! All'ufficio Erasmus non mi hanno saputo dare informazioni, per cui ho scritto una bellissima, faticosissima, completissima mail in inglese a questo signore. La sua risposta, dopo circa 4 ore dal mio invio (ero incredula, infatti!) è stata lapidaria. Quattro righe (contate, eh), contro la cinquantina che avevo scritto io, in cui non faceva alcun accenno a come convertire i crediti o a che sistema usassero per l'assegnazione, e mi diceva soltanto che "to get 30 Credits you'll have to take 4X1 exams".
Qualcuno mi sa tradurre? Non per l'inglese, ovviamente non è un problema quello, ma perchè non mi ha dato nessuna risposta, fondamentalmente! Se i miei esami sono da 10 crediti, e per ottenere 30 crediti devo dare 4 esami...significa che un esame americano vale 7,qualcosaltro crediti da noi...ma che diavolo vuol dire?!? Che metodo è!?! Come mi regolo?!?
Se vi state chiedendo come ho risolto questi dubbi...bè, non li ho risolti. Qui erano e qui rimangono.
Ora c'è il passo successivo: prendere appuntamento con l'ambasciata degli Stati Uniti per un colloquio, in modo da poter ottenere il mio VISTO. Ancora non mi sono mossa in questo senso, perché ero in attesa di dei moduli e anche, lo confesso, per una certa dose di ansia. Quello che so, è che mi hanno prospettato una trafila piuttosto complessa. Con chiamate da 15$ l'una in cui cade la linea, numeri su numeri da digitare prima di ottenere l'ufficio giusto, date impossibili per l'appuntamento...e infine, al colloquio, dovrò dimostrare che "amo il mio Paese e non voglio abbandonarlo per scappare negli Stati Uniti".
Ma come dovrei fare? Devo piangere davanti al console e gridare che non voglio partire? Devo andare vestita di verde, bianco e rosso? Tanti tanti dubbi...nessuna risposta.
Lo scopriremo solo vivendo, credo. Intanto la cosa si fa sempre più reale, e più spaventosa...
Credo, comunque, che parte dello spirito di questo viaggio sia anche questo: io, ed è una caratteristica molto italiana, ho la tendenza a procrastinare, a lasciar fare agli altri, a nascondere la testa sotto la sabbia in attesa che qualcuno risolva i miei problemi al posto mio...
Le cose che mi spaventano non le prendo di petto: le lascio fuori, mi dico "domani ci penso", e tante volte rimangono lì, così, in attesa, fino a che semplicemente non vengono seppellite da altri problemi, e basta. Questa volta non si può. Questa volta devo affrontare i problemi con ordine, e non lasciarne indietro nessuno...e posso farlo solo io. Crescere significa tante cose, e significa anche questo.
Vi lascio con una frase che mi ha colpita, direttamente dal blog dell'ISEP, in un post che raccoglie le migliori citazioni sul significato del fare un'esperienza all'estero. L'ho trovata non solo molto vera, ma assolutamente perfetta per descrivere ciò che significa e, spero, significherà per me.
Se poi vai in America, la trafila burocratica è talmente lunga e complicata da far quasi passare la voglia. Più che altro, ti fa venire tutto una grande angoscia.
Ti sembra che le giornate si accorcino, che ci siano troppe cose da fare e da ricordare prima di partire, troppe scartoffie da firmare, troppi accordi da prendere...è come quando vai in vacanza per un weekend e hai la sensazione fortissima e insopprimibile di aver dimenticato qualcosa. E poi di solito, quando arrivi, scopri che era lo spazzolino. Qui è elevato all'ennesima potenza, e cominci a sentirla mesi prima di partire. Speriamo davvero di dimenticare solo lo spazzolino, questa volta.
La cosa più irritante è...non so se chiamarla "incompetenza" delle persone, perchè mi sembra esagerato e anche un po' cattivo. Ma non trovo termini più adatti. Appena inizi un'esperienza del genere, sai di poterti rivolgere a certe persone nel tuo paese, e che potrai contare su di loro per ogni dubbio o richiesta. Ma questa è una mera utopia!
Nel mio caso, avendo vinto una borsa di studio attraverso l'università, il personale di riferimento è quello dell'ufficio Erasmus. Il mio non è ovviamente un Erasmus, ma all'interno dell'ufficio c'è una signorina che si occupa delle borse di studio ISEP (la mia; prossimamente farò un resoconto di cosa sia, così da poter anche ispirare altri che fossero interessati. Per ora vi lascio il link al sito).
Questa donna è veramente gentile e affabile, nulla da ridire. Nelle prime settimane mi vedeva di continuo arrrivare con qualche richiesta o dubbio, e non mi ha mai riso in faccia. Per me, è già tanto!!
Ma se ti tratta di non poterti recare in ufficio, e di avere la necessità di scrivere un'email, apriti cielo! NON c'è speranza che risponda! Ma non perchè non si trovi in ufficio o abbia altro su cui lavorare; il giorno dopo, probabilmente, riceverai una sua email su un altro argomento, di quelle con invio multiplo a tutti i vincitori della borsa di studio, e la tua sarà completamente ignorata.
Finchè mi trovo in Italia, per la precisione al momento sono a Milano, a casa mia, nulla di grave: tra qualche giorno tornerò a Urbino e passerò all'ufficio Erasmus a parlarle direttamente. Ma mi prende il panico se penso che questa donna sarà il mio principale referente per qualunque cosa quando sarò in America: ogni questione universitaria passerà per il suo computer, dalla convalida dei crediti, alle domande che potrei avere sui corsi, fino ai miei dubbi sulle tempistiche della tesi. E io non posso aspettare di tornare a casa e fare le cose con calma: non posso e basta, perché appena tornata vorrei laurearmi, per non rischiare di andare fuori corso e ripagare tasse che non servono. Per questo non mi posso permettere errori. E non posso nemmeno mettermi a telefonarle dalla California alle 3 di notte per beccare i suoi orari di lavoro e avere una risposta alle mie domande!
Il personale di contatto in America non si è rivelato tanto più disponibile. Il mio ISEP Contact nel college in cui andrò, un uomo dal nome impronunciabile che spero di non dover mai dire di fronte a qualcuno (figura di m... assicurata), è stato velocissimo nel rispondere alla mia mail, ma talmente sintetico nella risposta da risultare disinformativo!
Lo avevo contattato per avere chiarimenti sul funzionamento dei crediti; si perché, in questo college (e solo in questo a quanto pare, perchè da quello che mi dicono ognuno, in America, "fa da sè"), ogni esame vale...1 CREDITO!!! I miei esami mediamente ne valgono 10...quindi è evidente che ci sarà qualche problema di trasposizione! All'ufficio Erasmus non mi hanno saputo dare informazioni, per cui ho scritto una bellissima, faticosissima, completissima mail in inglese a questo signore. La sua risposta, dopo circa 4 ore dal mio invio (ero incredula, infatti!) è stata lapidaria. Quattro righe (contate, eh), contro la cinquantina che avevo scritto io, in cui non faceva alcun accenno a come convertire i crediti o a che sistema usassero per l'assegnazione, e mi diceva soltanto che "to get 30 Credits you'll have to take 4X1 exams".
Qualcuno mi sa tradurre? Non per l'inglese, ovviamente non è un problema quello, ma perchè non mi ha dato nessuna risposta, fondamentalmente! Se i miei esami sono da 10 crediti, e per ottenere 30 crediti devo dare 4 esami...significa che un esame americano vale 7,qualcosaltro crediti da noi...ma che diavolo vuol dire?!? Che metodo è!?! Come mi regolo?!?
Se vi state chiedendo come ho risolto questi dubbi...bè, non li ho risolti. Qui erano e qui rimangono.
Ora c'è il passo successivo: prendere appuntamento con l'ambasciata degli Stati Uniti per un colloquio, in modo da poter ottenere il mio VISTO. Ancora non mi sono mossa in questo senso, perché ero in attesa di dei moduli e anche, lo confesso, per una certa dose di ansia. Quello che so, è che mi hanno prospettato una trafila piuttosto complessa. Con chiamate da 15$ l'una in cui cade la linea, numeri su numeri da digitare prima di ottenere l'ufficio giusto, date impossibili per l'appuntamento...e infine, al colloquio, dovrò dimostrare che "amo il mio Paese e non voglio abbandonarlo per scappare negli Stati Uniti".
Ma come dovrei fare? Devo piangere davanti al console e gridare che non voglio partire? Devo andare vestita di verde, bianco e rosso? Tanti tanti dubbi...nessuna risposta.
Lo scopriremo solo vivendo, credo. Intanto la cosa si fa sempre più reale, e più spaventosa...
Credo, comunque, che parte dello spirito di questo viaggio sia anche questo: io, ed è una caratteristica molto italiana, ho la tendenza a procrastinare, a lasciar fare agli altri, a nascondere la testa sotto la sabbia in attesa che qualcuno risolva i miei problemi al posto mio...
Le cose che mi spaventano non le prendo di petto: le lascio fuori, mi dico "domani ci penso", e tante volte rimangono lì, così, in attesa, fino a che semplicemente non vengono seppellite da altri problemi, e basta. Questa volta non si può. Questa volta devo affrontare i problemi con ordine, e non lasciarne indietro nessuno...e posso farlo solo io. Crescere significa tante cose, e significa anche questo.
Vi lascio con una frase che mi ha colpita, direttamente dal blog dell'ISEP, in un post che raccoglie le migliori citazioni sul significato del fare un'esperienza all'estero. L'ho trovata non solo molto vera, ma assolutamente perfetta per descrivere ciò che significa e, spero, significherà per me.
“Why do you go away?
So that you can come back.
So that you can see the place you came from with new eyes and extra colors.
And the people there see you differently, too.
Coming back to where you started is not the same as never leaving.”
― Terry Pratchett
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Ubicazione:
Italy
mercoledì 8 maggio 2013
Qualche spiegazione tecnica...
Prima di iniziare a raccontare la mia esperienza e come sono giunta fino a qui, penso sia doveroso dare qualche spiegazione sul perché ho scelto questo nome per il mio blog.
Come ho già scritto, era tanto tempo che pensavo di aprirne uno...
Il mio primo contatto con il mondo dei blogger l'ho avuto circa un anno fa, perché il mio ragazzo aveva deciso di farlo. Il suo scopo principale era cercare di farne una fonte di guadagno, quindi voleva scrivere una sorta di guida; avevamo iniziato scrivendo della vacanza negli Stati Uniti che avevamo appena fatto, e mentre io scrivevo delle mie emozioni durante il viaggio e delle cose più belle che avevamo fatto, lui scriveva post molto "focalizzati", guide a come fare questo e quest'altro, in cui io non riuscivo a ritrovarmi. Così ho lasciato perdere!
Da allora però mi è rimasta la voglia...sicuramente un blog fatto a guida, stile "come fare a...", è più utile al pubblico e più remunerativo, ma non era quello che volevo fare io.
Quando poi ho scoperto di aver vinto questa borsa di studio per un college americano, ho deciso che avrei dovuto farlo, e che avrebbe dovuto essere come lo volevo io. E basta.
Per questo l'ho creato "separato" dal mio profilo, e ancora non ne ho parlato con nessuno. Perché il giudizio degli altri non potesse influenzarmi. Perché la consapevolezza che una determinata persona potesse leggerlo, non mi "censurasse". Perché fosse autentico.
Veniamo al nome: io non mi chiamo "la ragazza con la valigia". Io SONO la ragazza con la valigia.
Per la prima volta, sentii questo appellativo da mia madre. Quando avevo 15 anni e vivevo a Milano, la mia città natale, mi innamorai di un ragazzo di Firenze. Fu quello il periodo in cui cominciai a fare valigie, e da allora non ho mai smesso di essere divisa tra due città.
Stando con lui, quasi ogni weekend preparavo una grossa borsa e la portavo al liceo il venerdì mattina, poi all'uscita andavo direttamente in stazione a prendere il treno. Stavo meno di 24 ore a Firenze, e poi tornavo. Così per quasi un anno.
Quando la storia con lui finì, invece di fermarmi raddoppiai i miei sforzi: Milano mi stava stretta, mi sembrava che tutto girasse intorno a me troppo in fretta perchè io potessi seguirlo, volevo scappare dai miei drammi e dalla mia solitudine.
Avevo molti amici in giro per l'Italia, e così iniziai a seguire le mie conoscenze per viaggiare: Brescia, Venezia, Roma, Napoli, Fano, Bologna...quanto più spesso potessi, cercavo di raggiungere qualcuno e passare un weekend fuori, a vivere la vita come la si viveva in un'altra città, con un altro ritmo.
Prima di una di queste partenze, mentre mi mettevo le scarpe seduta sulla mia valigia nell'ingresso di casa, mia madre mi diede un bacio e mi disse "ti chiamerò la ragazza con la valigia, non stai mai ferma!".
Mi piaque subito. Lì per lì pensai che fosse farina del sacco di mamma, che avesse semplicemente messo insieme tre parole per descrivermi, che non ci fosse nessuno che ci avesse pensato prima. Beata ignoranza...
Da allora non mi sono più posta il problema, e quel nome si è attaccato a me come con la colla. Viaggiavo il più possibile, in Italia e fuori, per vacanza e non, ma ciò che mi è sempre piaciuto di più non era andare in vacanza in un posto...era VIVERE un posto. Andare da qualche parte dove conoscessi le persone del luogo, facessi quello che facevano loro, vivessi la vita da cittadino comune.
Per darvi un'idea, sono stata circa 5 volte a Roma, ma solo alla 4° ho visitato il Colosseo e le altre attrazioni. Tutte le altre volte andavo semplicemente a casa di un mio amico, uscivo con lui e i suoi amici, andavamo in giro in moto e da dietro la visiera del casco mi scorrevano davanti tutte quelle opere meravigliose e quegli scorci incredibili di cui è fatta Roma. E mi andava bene così: niente turisti, niente attrazioni, solo la VITA.
Per tutto il liceo ho conservato una sorta di grande amore per il ragazzo di Firenze. Non riuscivo a scordarmi lui, e nemmeno quella bellissima città adagiata sul fiume, piccola ma grande, antica ma moderna, che si affacciava su colline verdi e che proteggeva tra le sue case una vita divertente ma raccolta, intima.
Per tutto il liceo ho desiderato andarmene. Anche prima in realtà, fin da quando ero piccola e andavo con i miei a Fano, luogo di nascita di mia madre e in cui vive mia nonna, e con gli amici andavo al mare, andavo in bicicletta, correvo sulla spiaggia e poi sulle colline circostanti, andavo a cavallo nella natura e non in un freddo e sterile maneggio. Da bambina sognavo di vivere lì, poi crescendo quel sogno era stato sostituito da altre possibilità: Firenze, Roma, Bologna...il mio mantra era "all'università me ne andrò di qui", e l'ho ripeuto per tutto il liceo, ogni volta che mi sentivo fuori posto, ogni volta che la grandezza di Milano mi faceva sentire sola, ogni volta che quella città grigia mi faceva sentire claustrofobica.
Quando ben è arrivato il momento di decidere, le mie prospettive erano cambiate. Ma non tanto da farmi restare a Milano! Mi ero innamorata di un ragazzo marchigiano, viveva vicino a Urbino e studiava lì, e quando lo andavo a trovare e mi portava a Urbino io restavo meravigliata davanti a quella minuscola città: racchiusa da mura e circondata dal verde, centinaia di studenti sorridenti in giro per le stradine, un posto "a misura d'uomo", come la descrivono anche le locandine dell'università.
E in un modo abbastanza naturale, dopo un anno di storia a distanza con quel ragazzo e il desiderio folle di andar via di casa e trovare una nuova vita, più adatta a me, mi ritrovai a traslocare in un appartamento condiviso con 5 ragazze e a iscrivermi all'Università di Urbino Carlo Bo.
Da allora sono passati 3 anni. Sto ancora con quel ragazzo: non è stata una storia facile, mai. Troppe volte stavamo per mollare, troppe volte ci siamo fatti del male, sotto ogni punto di vista, ma poi ogni volta non riuscivamo a separarci e tornavamo a provarci insieme.
Vivo ancora con una delle 5 coinquiline iniziali: con due ho litigato a morte e grazie a (o per colpa) loro ho imparato tante cose sulla convivenza tra persone. Con lei c'è un rapporto di amore e odio, in cui però finisce sempre per vincere l'amore. Le altre cambiano di anno in anno, portando ogni volta ventate di novità e divertimento.
Urbino è piccola, anzi minuscola. Se non avessi la macchina, e la scusa del mio ragazzo per andare spesso fuori, penso che avrei già sbroccato, lo ammetto :) ma il modo in cui si formano le relazioni qui, in cui esci per una commissione e ti ritrovi a fare un aperitivo con gli amici, in cui andare all'università significa semplicemente fare una passeggiata (in salita) in mezzo agli alberi, in cui andare a cavallo significa montare in sella e avventurarsi in mezzo al bosco e alla natura...bè, tutto questo non mi fa mai sentire troppo la mancanza delle mille possibilità offerte dalla sopravvalutata Milano.
Prima di decidere dove andare all'università, quando tutti i miei amici si iscrivevano a Milano e persino alcuni di quelli che andavo a trovare in altre città programmavano di trasferirsi lì, mi ritrovavo spesso a chiedermi "cosa sto facendo?!?".
E' giusto scappare dalla propria vita? Può davvero essere il posto in cui vivi a influenzare la tua felicità, o è la tua felicità che influenza il posto in cui vivi? Cambiare posto può essere la chiave per trovare una serenità che dove sei nato non riesci a conoscere??
Quanti dubbi, e allora non avevo nessuna risposta. Non conoscevo nessuno che avesse fatto una follia simile. Mi sentivo sola e incompresa.
Forse qualcun altro si trova davanti ad una scelta simile; nel caso fossi proprio TU, e ti stessi facendo le mie stesse domande, ti darò la risposta che io avrei voluto sentirmi dire allora:
CHI SIAMO E COME SIAMO SONO CONCETTI SUPERIORI, CHE DIPENDONO DA NOI, NON DALLA NOSTRA CITTA' O DAI NOSTRI AMICI O DALLA NOSTRA SCUOLA. DIPENDE DA COME SIAMO NATI, DALL'ORDINE PRECISO E UNICO DI CELLULE CHE FORMA IL NOSTRO CERVELLO, DALLE ESPERIENZE CHE FIN DA PICCOLISSIMI ABBIAMO FATTO, PRIMA ANCORA DI RENDERCI CONTO CHE AVEVAMO DUE MANI E DUE PIEDI.
MA C'E' QUALCOS'ALTRO...FORSE NON E' PROPRIO LA CITTA' IN CUI VIVIAMO A INFLUENZARCI, MA IL MODO IN CUI NOI VIVIAMO LA CITTA' SI'. CAMBIARE ARIA FA SEMPRE BENE: TI DA NUOVI STIMOLI E FAI NUOVE ESPERIENZE CHE TI CAMBIANO E TI INSEGNANO MOLTO, NEL BENE E NEL MALE.
Io non sono una persona "felice" ora, nel senso che non ho trovato nessun senso di pace superiore, nè una calma interiore degna degli Epicurei, nè credo di aver trovato a Urbino la chiave per raggiungere la felicità. Ma vi posso assicurare che ho realizzato esattamente ciò di cui avevo bisogno: ho messo alla prova me stessa, ho cambiato stile di vita, sono diventata autonoma e indipendente, e sento dentro di me di essere una persona più forte, più matura, più consapevole di quella che tre anni fa è partita da Milano. E' QUESTO CIO' CHE CONTA QUANDO TE NE VAI: SE SENTI DI POTERTI REALIZZARE MEGLIO ALTROVE CHE DOVE TI TROVI, SE SENTI DI AVER BISOGNO DI ESPERIENZE CHE RESTANDO A CASA NON PUOI FARE, SE SENTI CHE TI MANCA LO STIMOLO PER ESSERE "DI PIU'"...ALLORS VAI, SPICCA IL VOLO. SEMPRE. NON SBAGLIERAI.
Veniamo all'ultimo concetto, che poi era quello iniziale (è uno dei miei difetti, mi dilungo facilmente...).
Quando l'idea di aprire il blog si è concretizzata, non ho avuto dubbi sul nome: "la ragazza con la valigia" l'aveva deciso molti anni prima mia madre al posto mio.
Ma quando poi Blogger mi chiese quale nome volessi dare al mio dominio, mi accorsi che quello era occupato. PANICO!
aperta una pagina di Google, mi è bastato digitare le prime lettere per scoprire che era un film!! Non ne avevo idea...tra l'altro io sono un po' ignorante sul cinema "storico", ma davvero non l'avevo mai sentito! E voi? E' tanto famoso??
Da lì il passo è breve: mi è bastato aggiungere la parola "blog" alla fine della query, è Google mi ha scaricato davanti una serie infinita di risultati.
Insomma, quanto a originalità non vado proprio forte :(
Ho passato una buona mezz'ora a chiedermi cosa fare...cambiare? aggiungere un qualche aggettivo? un numero? mettere un nome completamente diverso?
Mi ci sono scervellata, dico davvero. Ma poi ho capito: l'unico appellativo con cui volevo essere chiamata mentre scrivevo su questo blog, è quello. Non importa a quante altre persone, o film, appartenga: è mio. E' anche mio.
Quindi chiedo scusa a tutti, a tutte le ragazze che hanno un blog con lo stesso nome, a tutte le star del cinema che hanno recitato nel film e anche al regista. Siamo tutte ragazze con la valigia, tutte persone in cerca di un'identità, tutte coraggiose e avventurose...e meritiamo tutte di chiamarci come cavolo ci pare.
:)
Come ho già scritto, era tanto tempo che pensavo di aprirne uno...
Il mio primo contatto con il mondo dei blogger l'ho avuto circa un anno fa, perché il mio ragazzo aveva deciso di farlo. Il suo scopo principale era cercare di farne una fonte di guadagno, quindi voleva scrivere una sorta di guida; avevamo iniziato scrivendo della vacanza negli Stati Uniti che avevamo appena fatto, e mentre io scrivevo delle mie emozioni durante il viaggio e delle cose più belle che avevamo fatto, lui scriveva post molto "focalizzati", guide a come fare questo e quest'altro, in cui io non riuscivo a ritrovarmi. Così ho lasciato perdere!
Da allora però mi è rimasta la voglia...sicuramente un blog fatto a guida, stile "come fare a...", è più utile al pubblico e più remunerativo, ma non era quello che volevo fare io.
Quando poi ho scoperto di aver vinto questa borsa di studio per un college americano, ho deciso che avrei dovuto farlo, e che avrebbe dovuto essere come lo volevo io. E basta.
Per questo l'ho creato "separato" dal mio profilo, e ancora non ne ho parlato con nessuno. Perché il giudizio degli altri non potesse influenzarmi. Perché la consapevolezza che una determinata persona potesse leggerlo, non mi "censurasse". Perché fosse autentico.
Veniamo al nome: io non mi chiamo "la ragazza con la valigia". Io SONO la ragazza con la valigia.
Per la prima volta, sentii questo appellativo da mia madre. Quando avevo 15 anni e vivevo a Milano, la mia città natale, mi innamorai di un ragazzo di Firenze. Fu quello il periodo in cui cominciai a fare valigie, e da allora non ho mai smesso di essere divisa tra due città.
Stando con lui, quasi ogni weekend preparavo una grossa borsa e la portavo al liceo il venerdì mattina, poi all'uscita andavo direttamente in stazione a prendere il treno. Stavo meno di 24 ore a Firenze, e poi tornavo. Così per quasi un anno.
Quando la storia con lui finì, invece di fermarmi raddoppiai i miei sforzi: Milano mi stava stretta, mi sembrava che tutto girasse intorno a me troppo in fretta perchè io potessi seguirlo, volevo scappare dai miei drammi e dalla mia solitudine.
Avevo molti amici in giro per l'Italia, e così iniziai a seguire le mie conoscenze per viaggiare: Brescia, Venezia, Roma, Napoli, Fano, Bologna...quanto più spesso potessi, cercavo di raggiungere qualcuno e passare un weekend fuori, a vivere la vita come la si viveva in un'altra città, con un altro ritmo.
Prima di una di queste partenze, mentre mi mettevo le scarpe seduta sulla mia valigia nell'ingresso di casa, mia madre mi diede un bacio e mi disse "ti chiamerò la ragazza con la valigia, non stai mai ferma!".
Mi piaque subito. Lì per lì pensai che fosse farina del sacco di mamma, che avesse semplicemente messo insieme tre parole per descrivermi, che non ci fosse nessuno che ci avesse pensato prima. Beata ignoranza...
Da allora non mi sono più posta il problema, e quel nome si è attaccato a me come con la colla. Viaggiavo il più possibile, in Italia e fuori, per vacanza e non, ma ciò che mi è sempre piaciuto di più non era andare in vacanza in un posto...era VIVERE un posto. Andare da qualche parte dove conoscessi le persone del luogo, facessi quello che facevano loro, vivessi la vita da cittadino comune.
Per darvi un'idea, sono stata circa 5 volte a Roma, ma solo alla 4° ho visitato il Colosseo e le altre attrazioni. Tutte le altre volte andavo semplicemente a casa di un mio amico, uscivo con lui e i suoi amici, andavamo in giro in moto e da dietro la visiera del casco mi scorrevano davanti tutte quelle opere meravigliose e quegli scorci incredibili di cui è fatta Roma. E mi andava bene così: niente turisti, niente attrazioni, solo la VITA.
Per tutto il liceo ho conservato una sorta di grande amore per il ragazzo di Firenze. Non riuscivo a scordarmi lui, e nemmeno quella bellissima città adagiata sul fiume, piccola ma grande, antica ma moderna, che si affacciava su colline verdi e che proteggeva tra le sue case una vita divertente ma raccolta, intima.
Per tutto il liceo ho desiderato andarmene. Anche prima in realtà, fin da quando ero piccola e andavo con i miei a Fano, luogo di nascita di mia madre e in cui vive mia nonna, e con gli amici andavo al mare, andavo in bicicletta, correvo sulla spiaggia e poi sulle colline circostanti, andavo a cavallo nella natura e non in un freddo e sterile maneggio. Da bambina sognavo di vivere lì, poi crescendo quel sogno era stato sostituito da altre possibilità: Firenze, Roma, Bologna...il mio mantra era "all'università me ne andrò di qui", e l'ho ripeuto per tutto il liceo, ogni volta che mi sentivo fuori posto, ogni volta che la grandezza di Milano mi faceva sentire sola, ogni volta che quella città grigia mi faceva sentire claustrofobica.
Quando ben è arrivato il momento di decidere, le mie prospettive erano cambiate. Ma non tanto da farmi restare a Milano! Mi ero innamorata di un ragazzo marchigiano, viveva vicino a Urbino e studiava lì, e quando lo andavo a trovare e mi portava a Urbino io restavo meravigliata davanti a quella minuscola città: racchiusa da mura e circondata dal verde, centinaia di studenti sorridenti in giro per le stradine, un posto "a misura d'uomo", come la descrivono anche le locandine dell'università.
E in un modo abbastanza naturale, dopo un anno di storia a distanza con quel ragazzo e il desiderio folle di andar via di casa e trovare una nuova vita, più adatta a me, mi ritrovai a traslocare in un appartamento condiviso con 5 ragazze e a iscrivermi all'Università di Urbino Carlo Bo.
Da allora sono passati 3 anni. Sto ancora con quel ragazzo: non è stata una storia facile, mai. Troppe volte stavamo per mollare, troppe volte ci siamo fatti del male, sotto ogni punto di vista, ma poi ogni volta non riuscivamo a separarci e tornavamo a provarci insieme.
Vivo ancora con una delle 5 coinquiline iniziali: con due ho litigato a morte e grazie a (o per colpa) loro ho imparato tante cose sulla convivenza tra persone. Con lei c'è un rapporto di amore e odio, in cui però finisce sempre per vincere l'amore. Le altre cambiano di anno in anno, portando ogni volta ventate di novità e divertimento.
Urbino è piccola, anzi minuscola. Se non avessi la macchina, e la scusa del mio ragazzo per andare spesso fuori, penso che avrei già sbroccato, lo ammetto :) ma il modo in cui si formano le relazioni qui, in cui esci per una commissione e ti ritrovi a fare un aperitivo con gli amici, in cui andare all'università significa semplicemente fare una passeggiata (in salita) in mezzo agli alberi, in cui andare a cavallo significa montare in sella e avventurarsi in mezzo al bosco e alla natura...bè, tutto questo non mi fa mai sentire troppo la mancanza delle mille possibilità offerte dalla sopravvalutata Milano.
Prima di decidere dove andare all'università, quando tutti i miei amici si iscrivevano a Milano e persino alcuni di quelli che andavo a trovare in altre città programmavano di trasferirsi lì, mi ritrovavo spesso a chiedermi "cosa sto facendo?!?".
E' giusto scappare dalla propria vita? Può davvero essere il posto in cui vivi a influenzare la tua felicità, o è la tua felicità che influenza il posto in cui vivi? Cambiare posto può essere la chiave per trovare una serenità che dove sei nato non riesci a conoscere??
Quanti dubbi, e allora non avevo nessuna risposta. Non conoscevo nessuno che avesse fatto una follia simile. Mi sentivo sola e incompresa.
Forse qualcun altro si trova davanti ad una scelta simile; nel caso fossi proprio TU, e ti stessi facendo le mie stesse domande, ti darò la risposta che io avrei voluto sentirmi dire allora:
CHI SIAMO E COME SIAMO SONO CONCETTI SUPERIORI, CHE DIPENDONO DA NOI, NON DALLA NOSTRA CITTA' O DAI NOSTRI AMICI O DALLA NOSTRA SCUOLA. DIPENDE DA COME SIAMO NATI, DALL'ORDINE PRECISO E UNICO DI CELLULE CHE FORMA IL NOSTRO CERVELLO, DALLE ESPERIENZE CHE FIN DA PICCOLISSIMI ABBIAMO FATTO, PRIMA ANCORA DI RENDERCI CONTO CHE AVEVAMO DUE MANI E DUE PIEDI.
MA C'E' QUALCOS'ALTRO...FORSE NON E' PROPRIO LA CITTA' IN CUI VIVIAMO A INFLUENZARCI, MA IL MODO IN CUI NOI VIVIAMO LA CITTA' SI'. CAMBIARE ARIA FA SEMPRE BENE: TI DA NUOVI STIMOLI E FAI NUOVE ESPERIENZE CHE TI CAMBIANO E TI INSEGNANO MOLTO, NEL BENE E NEL MALE.
Io non sono una persona "felice" ora, nel senso che non ho trovato nessun senso di pace superiore, nè una calma interiore degna degli Epicurei, nè credo di aver trovato a Urbino la chiave per raggiungere la felicità. Ma vi posso assicurare che ho realizzato esattamente ciò di cui avevo bisogno: ho messo alla prova me stessa, ho cambiato stile di vita, sono diventata autonoma e indipendente, e sento dentro di me di essere una persona più forte, più matura, più consapevole di quella che tre anni fa è partita da Milano. E' QUESTO CIO' CHE CONTA QUANDO TE NE VAI: SE SENTI DI POTERTI REALIZZARE MEGLIO ALTROVE CHE DOVE TI TROVI, SE SENTI DI AVER BISOGNO DI ESPERIENZE CHE RESTANDO A CASA NON PUOI FARE, SE SENTI CHE TI MANCA LO STIMOLO PER ESSERE "DI PIU'"...ALLORS VAI, SPICCA IL VOLO. SEMPRE. NON SBAGLIERAI.
Veniamo all'ultimo concetto, che poi era quello iniziale (è uno dei miei difetti, mi dilungo facilmente...).
Quando l'idea di aprire il blog si è concretizzata, non ho avuto dubbi sul nome: "la ragazza con la valigia" l'aveva deciso molti anni prima mia madre al posto mio.
Ma quando poi Blogger mi chiese quale nome volessi dare al mio dominio, mi accorsi che quello era occupato. PANICO!
aperta una pagina di Google, mi è bastato digitare le prime lettere per scoprire che era un film!! Non ne avevo idea...tra l'altro io sono un po' ignorante sul cinema "storico", ma davvero non l'avevo mai sentito! E voi? E' tanto famoso??
Da lì il passo è breve: mi è bastato aggiungere la parola "blog" alla fine della query, è Google mi ha scaricato davanti una serie infinita di risultati.
Insomma, quanto a originalità non vado proprio forte :(
Ho passato una buona mezz'ora a chiedermi cosa fare...cambiare? aggiungere un qualche aggettivo? un numero? mettere un nome completamente diverso?
Mi ci sono scervellata, dico davvero. Ma poi ho capito: l'unico appellativo con cui volevo essere chiamata mentre scrivevo su questo blog, è quello. Non importa a quante altre persone, o film, appartenga: è mio. E' anche mio.
Quindi chiedo scusa a tutti, a tutte le ragazze che hanno un blog con lo stesso nome, a tutte le star del cinema che hanno recitato nel film e anche al regista. Siamo tutte ragazze con la valigia, tutte persone in cerca di un'identità, tutte coraggiose e avventurose...e meritiamo tutte di chiamarci come cavolo ci pare.
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