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lunedì 10 marzo 2014

Finito un viaggio...ne iniziano tanti altri!

Dopo mesi di silenzio stampa, ritorna a grande richiesta la Ragazza con la Valigia per raccontarvi come è finito il suo viaggio esistenziale negli States...e soprattutto introdurvi alle nuove politiche del blog! Non avrete mica pensato che sarebbe finito qui no? ;)

Sono stata terribilmente scortese a lasciare i miei (pochi) lettori senza aggiornamenti sulla fine della mia esperienza californiana. Per farmi perdonare, farò un veloce resoconto di come è andata (cercherò di essere concisa, ma se mi avete letto finora saprete che non è il mio forte....).

Per farlo, mi baserò su un post che ho scritto ormai sette mesi fa, quello in cui mi ponevo degli obiettivi da raggiungere durante la mia esperienza come Exchange student in California. Da allora non ci ho più veramente pensato, col passare del tempo mi ritrovavo sempre più serena e soddisfatta e ho ritenuto di averli realizzati, ma non mi sono davvero messa ad analizzarli. Vediamo quindi insieme cosa ho realizzato...e cosa no.

"- voglio crescere come persona: [...] significa tornare sentendosi più maturi di prima e con degli strumenti in più per affrontare la vita"
Era quello che mi sembrava più vago e difficile, e invece paradossalmente è quello sul quale ho meno dubbi. E' un . Sono innumerevoli gli ambiti della mia vita su cui già vedo gli effetti; 
in senso strettamente pratico, a livello lavorativo: appena rientrata mi sono messa alla ricerca di uno stage, e ho inoltrato una candidatura all'ufficio marketing di L'Oréal. Si, proprio quello, il gigante della cosmesi. Sono stata richiamata quasi subito e sottoposta ad una trafila di colloqui (4 per la precisione) che ho superato tutti con successo....tranne l'ultimo, dove evidentemente hanno trovato qualcuno più preparato di me. Ma non è questo il punto. 
Il punto è che mi sono chiesta più volte perchè mi avessero richiamato, a me che non ho un gran profilo lavorativo, che non ero nemmeno laureata, che avevo fatto una facoltà un po' ridicola...perchè io? Poi, al secondo colloquio, quello di gruppo, mi hanno involontariamente risposto: l'headhunter ci ha spiegato quali fossero i 7 "talenti" che avevano visto in noi e che li avevano spinti a farci incontrare tutti in quella stanza, e tra di essi c'era proprio un esperienza di studio/lavoro all'estero...non ci credete? Lì per lì nemmeno io...ma vi assicuro che è così. Ok, lo so cosa pensate, "si ma non ti hanno mica presa alla fine", e avete ragione...ma ho passato 3 colloqui su 4, e ci hanno detto di aver originariamente ricevuto 40 mila CV...allora, adesso capite che significa?
Tra l'altro questo va anche a confermare l'altro articolo da me postato sull'importanza di un'esperienza all'estero nella ricerca di un impiego...posso affermare con un certo margine di certezza che la risposta è NI: non assicura di essere assunti, ma è assolutamente una carta in più da giocare sul proprio Curriculum Vitae.
Ma non solo: da quando sono tornata sento che in me qualcosa è cambiato. Mi sento diversa, più serena, più positiva, meno angosciata e...in definitiva, più a mio agio con me stessa. Pensate che stia esagerando vero? Non è così...
Avevo scritto nel mio primo post di quanto mi sentissi "stretta" nella mia routine, delle mie ansie per il futuro, della mia ricerca di avventura, dei miei problemi con me stessa e perchè no, avevo anche fatto intendere di non stare proprio in un momento idilliaco con il mio ragazzo. Ora che sono tornata...bè sono uguale.
Cosa volete? Sono andata in America non a meditare con il Dalai Lama!
Però a parte gli scherzi, sono anche diversa. Mi sono trovata. Ho fatto quel qualcosa per me che mi ha fatto riprendere il controllo della mia vita. E questo ha in primis influito in maniera positiva sul rapporto con il mio ragazzo: non vi nego quanto sia stato difficile, tremendamente per me ma non immagino nemmeno quanto per lui...a volte sembrava difficile, a volte impossibile, ma poi sono tornata e ci siamo riabbracciati. Ci è voluto un po' per riprenderci le nostre abitudini e la nostra intimità, ma ora...siamo più affiatati che mai. E' come se stare separati ci avesse da un lato fatto diventare più autonomi, meno morbosi, più liberi e maturi come coppia...e dall'altro ci avesse fatto rendere conto di quanto dobbiamo davvero essere importanti l'uno per l'altra, visto che siamo riusciti a sopravvivere ad un tale ostacolo. E' stata una sfida enorme, ma superarla ha portato più benefici di quanti mai me ne sarei aspettata.
Inoltre ho guadagnato fiducia in me stessa...ricordate quel mio post sull'homesickness? Devo ammetterlo, non è stato un viaggio facile, e direi che tutto il primo mese mi sono sentita un pesce fuor d'acqua...estranea e non apprezzata. Il mio errore, col senno di poi, è stato quello di fossilizzarmi a fare cose che non mi piacevano con persone con cui non andavo d'accordo, solo perchè avevo paura che se mi fossi staccata da loro sarei rimasta sola. Le persone che avevo incontrato in aeroporto, le prime sul suolo americano, erano diventati il mio "gruppo", ma non perchè li avessi scelti, solo perchè mi erano capitati lì. E all'inizio andava bene, ma questa nostra amicizia ci ha isolato dal resto del gruppo. E quando mi sono resa conto di questo, era troppo tardi e ci eravamo auto-esclusi. Ci ho messo un bel po' prima di realizzarlo, ma poi un giorno mi sono accorta di cosa stavo facendo e...sono cambiata. Ho semplicemente smesso di correre dietro alle persone, smesso di cercare di far andare le cose come volevo io, smesso di lamentarmi. Mi sono staccata dal gruppo e mi sono aperta ad altri. E in meno di 24 ore dal momento in cui avevo realizzato tutto ciò, avevo già dei nuovi "amici-conoscenti"...che poi sono diventati amici, che poi sono stato il gruppo più bello che potessi desiderare e sento ancora. Cosa può fare una piccola presa di coscienza eh? :)
Questa cosa apparentemente "localizzata" lì, me la sono inaspettatamente portata dietro sotto forma di una maggiore fiducia in me stessa: sapere che ho affrontato delle difficoltà e che sono riuscita a superarle, a cambiare la mia situazione consapevolmente, mi ha fatto capire quanto può fare la volontà e, anche adesso, mi sento meglio con me stessa e più positiva verso il futuro.
Infine, accorgermi di come le cose abbiano cominciato a migliorare nell'esatto momento in cui ho smesso di impuntarmi per far andare le cose come volevo IO e ho cominciato a seguire la corrente degli eventi, adattandomi invece di fare resistenza, mi ha insegnato che NON SERVE STRESSARSI. Ovvio, è impossibile evitarlo completamente, ma adesso vivo gli eventi che mi capitano in modo meno "duro", cerco di essere flessibile, aperta, positiva...e mi sento molto più leggera.

Che ne dite, sono cresciuta come persona si o no? ;)

"- voglio apprezzare il mio paese conoscendo l' "altro"[...] maturità è anche capire i limiti di ciò che sembra fantastico, patriottismo è apprendere dal di fuori per cercare di cambiare dal di dentro, e un'esperienza all'estero non può trasformarsi solo in un motivo di rimpianto per essere tornata a casa."
Anche questo è un bell'obiettivo da spuntare sulla mia lista. Al contrario di molti, sono tornata a casa con una profonda consapevolezza delle mie radici, e di quanto queste si trasformassero in evidenti differenze culturali. Ritrovarmi infastidita davanti al modo ordinato e preciso di fare la fila degli americani, rendermi conto di gesticolare quando pensavo di essere un'eccezione alla regola dell'"italiano che parla con le mani", riscoprire il mio amore per il cibo italiano, accorgermi di essere sempre quella che propone di infrangere le regole invece di seguirle...mi sono accorta di quanto tanti luoghi comuni e pregiudizi siano veri, e di quanto siano parte integrante del mio carattere e vengano fuori proprio nel momento di incontro con le altre culture. Questo è sia un bene che un male: da un lato mi sono sentita davvero un pessimo soggetto e ho capito perchè tanti altri popoli ci prendano in giro, ma dall'altra ho anche realizzato che gli italiani hanno delle doti culturali, un atteggiamento leggero e diretto, un'apertura mentale, un ingegno pungente (che purtroppo utilizziamo prevalentemente per trovare modi di sfuggire alle regole, ma va be'...)...insomma, per certi versi mi sono resa conto di quanto mi piaccia essere italiana
Inoltre mi sono scoperta PATRIOTTICA, quando in Italia non lo sono mai stata, anzi ero sempre in prima linea al momento di criticare il mio paese. Quando in California sentivo un commento sull'Italia, soprattutto a livello politico, mi scaldavo come mai in vita mia. Quando guardavamo qualche video divertente sulle differenze tra culture, o per scherzo veniva fuori qualche pregiudizio sulla mia gente...mi offendevo in maniera quasi esagerata. Questo mi ha spinto a volermi informare, a voler cambiare le cose, a volerne prendere parte: mi sono informata di politica, ho letto giornali, mi sono fatta una mia idea...e sono tornata a casa con un maggiore apprezzamento verso la mia cultura, un maggiore interesse verso le sorti del mio paese, e un occhio critico molto sviluppato che mi permette di fare continuamente paragoni costruttivi tra l'Italia e l'America, e anche altri paesi con i cui rappresentanti ho avuto modo di parlare e discutere.

"- voglio conoscere gente dal mondo per diventare una cittadina del mondo. [...] conoscere, in senso profondo, culture diverse, accorgermi delle differenze...qui non solo conoscerò gli USA, ma il Giappone, l'Australia, la Germania, l'India......."
Direi che mi sono già spiegata al punto precedente, ma vorrei aggiungere che davvero ho conosciuto il MONDO. Anzi, ho avuto la fortuna di conoscere in profondità alcuni americani molto intelligenti e interessanti dal punto di vista umano e culturale, con i quali ho parlato tanto e grazie ai quali mi sono arricchita sotto ogni punto di vista. Ma ad essere sincera ho conosciuto in maniera approfondita soprattutto altri studenti Exchange, come me...i miei amici principalmente venivano da Ecuador, Sud Africa, Francia, Hong Kong, Giappone, Turchia, Australia, Germania, Inghilterra, Messico, e molti altri.
Ho imparato a riconoscere i vari accenti in lingua inglese, ho visto come i giapponesi dicano "sì" anche quando vogliano dire "no" perchè influenzati dalla loro cultura collettivista, ho scoperto che Hong Kong è uno stato separato con idioma, passaporto, moneta e governo diversi, che in Sud Africa esiste una lingua chiamata Zulu in cui c'è un fonema che è si ottiene schioccando la lingua contro il palato, che il modo di contare con le dita è diverso da paese a paese (l'1 si fa a volte col pollice, altre con l'indice, altre ancora con il mignolo....!). Se solo potessi dirvi qui tutto ciò che ho imparato, tutte le stranezze con cui sono venuta in contatto, tutte le storie diverse che ho sentito...ora sento che ognuno di questi paesi è un po' casa mia, che ho fratelli e sorelle a distanza di interi oceani, che il mio piccolo mondo si è allargato fino a comprenderne tanti altri...e non potrò mai esprimere a parole quanto tutto questo mi abbia arricchito, e quanto mi arricchirà in futuro.

"- infine, vorrei davvero chiarirmi le idee sul mio futuro. [...] pensare a quale scelta fare, [...]. Ho le idee molto confuse su cosa voglio essere e su come diventarlo...spero che conoscere questa realtà nuova e tanta gente dal mondo allarghi i miei orizzonti e le mie prospettive, e di tornare con un'idea più chiara sul mio futuro."
Questo è probabilmente l'obiettivo che mi rende più perplessa. L'ho realizzato? No, devo ammettere di no. Sono più confusa di prima su cosa fare, dove farlo e con che scopo.
Ma ho scoperto una marea di nuove cose di cui mi sono innamorata. In primis la fotografia. Il corso che ho fatto mi ha insegnato le basi della fotografia digitale e dell'editing fotografico, il che non guasta mai, e mi ha fatto scoprire una passione grandissima. Mi ha fatto vedere cose nuove, che prima non vedevo, o mi ha fatto guardare quelle vecchie con un altro sguardo. Ho scoperto la bellezza di immortalare un momento in una foto, non solo un ricordo, ma un'espressione, un colore, un significato. Probabilmente non diventerà mai la mia professione, ma adesso ho una bellissima Nikon D5100 con doppio obiettivo che mi accompagnerà in ogni avventura, amata sostituta della splendida Canon che mi ha prestato la professoressa di fotografia al Pitzer college e che mi ha accompagnato in ogni momento come la mia ombra.
Ho anche scoperto di amare la psicologia. Ho un po' di rimpianti su questo, perchè per un po' avevo creduto di aver trovato la mia strada, volevo mollare tutto e studiare psicologia. Poi ho accantonato l'idea perchè ciò che mi piace è studiare il cervello e il comportamento umano, ma non voglio diventare una psicologa. Ma quei 4 mesi di studio a dir poco intenso, la tesina finale, gli approfondimenti personali, il libro meraviglioso e costosissimo su cui ho studiato...mi hanno aperto una finestra sui miei comportamenti e su quelli degli altri, mi hanno spiegato cose che credevo inspiegabili, e hanno completamente sovvertito idee che avevo e che erano delle errate certezze
Addirittura ho maturato una convinzione: psicologia generale dovrebbe essere un esame obbligatorio per tutte le facoltà, perchè non puoi capire il mondo in cui vivi se non studi come funziona il cervello umano.
In sintesi, sono tornata a casa più confusa di prima. Non so cosa farò, nè come, nè dove...non so nemmeno il perché. Ma, forse proprio grazie al primo obiettivo raggiunto, la cosa non mi spaventa poi così tanto. Qualcosa farò. E se tutto fallisce, se non trovo niente, se non ce la faccio...ho tanti amici in tutto il mondo pronti a darmi una mano se decido di emigrare, e la consapevolezza di saper affrontare qualsiasi esperienza. E scusate se è poco!


Direi che sono stata pittosto chiara e ho detto molto di ciò che volevo dire...quanto all'essere concisa, ho miseramente fallito. Ma certe pagine di blog sono più di un resoconto o un consiglio di viaggio: sono vita vissuta. Una traccia indelebile di emozioni lasciata sul web. E se sei arrivato fin qui a leggere, spero di non averti annoiato troppo, di averti dato qualche spunto interessante, o quantomeno di esserti stata simpatica! :)

Cosa farò adesso? Cosa ne sarà di questo blog? La mia esperienza in America è conclusa, il mio GRANDE VIAGGIO è finito e con oggi ho anche scritto la sua ultima pagina. E' la fine.........

Ma la fine di cosa? Quanti viaggi ci sono dopo? Quante piccole vacanze, grandi avventure, nuove esperienze...forse posso essere ancora utile.
La Ragazza con la Valigia non si ferma gente. Non ha ancora trovato se stessa, forse qualche pezzo sì, ma la strada è ancora lunga...e la mia valigia è già pronta per una nuova partenza.

Tra pochi giorni partirò per il viaggio più avventuroso che potessi desiderare come viaggio di laurea: un INTERRAIL del nord Europa. 15 giorni di viaggio, 5 città da visitare (Praga, Berlino, Copenhagen, Amsterdam, Londra), tanti treni da prendere...e con me ci saranno una macchina fotografica e un cellulare, pronta a raccontare qui tutto ciò che mi capita.

Signori e signore, da oggi divento una TRAVEL BLOGGER! Nei miei post ci saranno un po' meno paturnie, un po' meno angosce e considerazioni esistenziali, ma tanti tanti consigli di viaggio e simpatia! Dove andare, cosa visitare e perché. Ovviamente, però, nello stile unico della Ragazza con la Valigia. E poi, perché no? Ho fatto tanti bei viaggi anche durante il mio soggiorno in California (ho qualche Road Trip da consigliarvi assolutamente), e anche prima di allora ho visitato qualche piccola gemma poco conosciuta come Cipro...ne ho di cose da raccontare anche se non le scrivo live!!!

La Ragazza con la Valigia inizia un nuovo viaggio.....



mercoledì 9 ottobre 2013

C'è erasmus ed Erasmus...

Recentemente mi sono ritrovata a pensare molto a ciò che sto facendo qui, a come la mia vita sia cambiata, a ciò che sto imparando, e anche a come sto cambiando io.
Mi ritrovo conseguentemente a pensare anche ai miei obiettivi, di cui ho già parlato, e a chiedermi se dopo il primo mese qui li sto realizzando in qualche modo oppure no.
Devo iniziare dicendo che tutto ciò che sto vivendo qui si sta rivelando molto diverso da come me lo ero immaginato. Non migliore, non peggiore, ma diverso. Alcune cose me le aspettavo migliori, o almeno più facili, altre mi hanno piacevolmente sorpreso nel loro essere totalmente inaspettate. Tra queste ultime ci sono tra l'altro molte cose relative al college in sé: le lezioni e il loro essere dirette, pratiche, concrete, interessanti. Le possibilità sociali e di svago che sono offerte qui, come i club, le lezioni di cucina, le feste a tema, sempre diverse e interessanti, o le gite. Le mense, che sono davvero dei ristoranti self service, ognuna diversa e ognuna unica, con la serata sushi, la serata tacos, la serata spaghetti. Le lezioni di lingua (nel mio caso spagnolo), che sono integrate da film, eventi organizzati degli insegnanti, tavolate a pranzo o a cena in cui si parla solo in un determinato idioma. Tutte cose fantastiche e impensabili in Italia. Tutte cose che mi stanno davvero "cambiando", che stanno migliorando le mie abilità comunicative, sociali, di integrazione, di esposizione in pubblico, etc. 
Ma tante cose sono più difficili di come me le aspettavo. Dai racconti dei miei amici, tutti rigorosamente Erasmus nel senso stretto del termine, che hanno cioè trascorso un periodo di studio all'interno dell'Unione Europea, questa esperienza sembrava una festa unica e un delirio inenarrabile. A volte SOLO questo, e vedendo le loro foto o sentendo i loro racconti mi chiedevo se stessero effettivamente apprendendo qualcosa, se dopo i party e le sbronze si sentissero in qualche modo arricchiti come avrebbero dovuto sentirsi.
Io non ero in cerca di questo, anzi un po' mi spaventava perchè non sono proprio il genere di persona a cui piace sbronzarsi ogni giorno e fare ogni sera una cazzata diversa, ma in qualche modo me lo aspettavo. E arrivare qui e scoprire quanto la faccenda fosse diversa mi ha parecchio sorpresa!
Qui è effettivamente un delirio, lo ammetto: quasi ogni sabato sera ci sono una o più ambulanze davanti ai party, perchè puntualmente qualche freshman (studenti del primo anno) esagera un po' con l'alcool e finisce col farsi male...o con l'andare in coma etilico. Ma la MIA esperienza in questo campus, e come me quella di tutti gli altri exchange con cui ho parlato, non si sta rivelando così delirante. Anzi arrivando dall'Europa, dove possiamo bere a 16 anni e le feste iniziano a mezzanotte e finiscono all'alba, stare qui a bere di nascosto nei dormitori qualche bicchiere di birra e a tornare dai party all'1 nei weekend ci sconvolge un po'. E' come se le nostre aspettative, qualunque esse fossero, in nessun caso si stessero rivelando confermate.
E non c'è solo questo...se vai in Europa, qualsiasi posto in Europa, incontri per la maggior parte europei...ci sono gli altri studenti Erasmus, dall'Europa, e i cittadini della città in cui ti trovi, europei. Se hai qualche altra finestra sul resto del mondo, che è ben grande, è più un caso che una regola.
Qui avviene il contrario: sono l'unica italiana; non c'è nessuno spagnolo; 3 tedeschi, 3 francesi, 3 inglesi (lo so, sembra una barzelletta); e poi ci sono un'infinità di asiatici, sudamericani, australiani, e chi più ne ha più ne metta. E non solo: gli americani stessi vengono da ogni parte del mondo! Ed è incredibile vedere come le loro origini gli rimangono incollate addosso, fanno parte della loro cultura, sono davvero un melting pot. E' perfettamente normale qui che quasi ogni persona con cui parlo mi dica di avere origini italiane. E se non è Italia, è un altro posto, ma non l'America. E' una cosa che trovo davvero incredibile, e bellissima. Ma questo comporta delle difficoltà. E non poche! In Europa facciamo tutti parte di una cultura "simile": ognuno ha le sue differenze, ma è come se fossimo fatti di una pasta simile. Il resto del mondo non è così, e interagire con un giapponese, o con sudafricano, o con un cinese, o con un australiano...comporta delle difficoltà. Nemmeno saprei dire quali, davvero, è complicato da rendere a parole. Ma è qualcosa che senti, e non puoi fare a meno di notare.
Un'altra cosa che mai mi sarei aspettata è il carico di studio qui. Chi mi conosce non potrebbe mai crederci ma io, la regina delle sgobbate, la maga del cazzeggio, mi ritrovo a studiare quasi ogni sera fino all'1. Non che studi tutto il giorno, da quando finisco le lezioni a quando inizio a studiare passano molte ore. Ma con il fatto di finire lezione alle 4, cenare alle 6, riposare fino alle 8, avere sempre qualcosa da fare dopo...alla fine sì, mi ritrovo all'1 che ancora scrivo papers in inglese o in spagnolo. Nessuno, e dico nessuno che abbia fatto l'Erasmus mi ha mai detto di aver fatto lo stesso. Anzi di solito le parole "Erasmus" e "studio" non vanno tanto d'accordo.
Io dal canto mio, nel MIO Erasmus, le sto davvero vivendo tutte. Le feste, le nuove amicizie, la vita "esotica"...ma anche lo studio, lo stress, le difficoltà interculturali. Non ci sono sconti, per avere il bello devi anche passare attraverso il brutto. E sto davvero sperimentando tutto ciò che significa il termine EXCHANGE, scambiare...non tanto scambiare il mio posto con quello di un altro, ma scambiare la mia vita con una completamente diversa. Non una vacanza, non una fuga dalla mia realtà all'insegna delle feste e del cazzeggio, ma una vera immersione, con tutto quello che comporta.
Se sto realizzando i miei obiettivi, dunque? Diciamo che ci sto lavorando, in modo serio...


giovedì 29 agosto 2013

American way of life

Il college americano è qualcosa di inimmaginabile per un qualsiasi studente italiano; ero già consapevole di questo, ma non davvero, non come ora lo sto scoprendo...ed è solo l'inizio!
E' come se qui lo studio fosse qualcosa di collaterale...si impegnano molto, e si vede, ma creano intorno al mero compito di "studiare" tutta un'esperienza incredibile fatta di vita sociale, animazione, eventi, club, strutture complesse. In Italia, ti iscrivi all'università, ricevi qualche informazione, ti mandano a casa e via, sei uno studente universitario: il resto sta a te.
Qui c'è tutto un universo dietro, e non solo per gli exchange student! Basta pensare che, proprio in questo momento, gli studenti del primo anno appena iscritti si trovano da qualche parte in California a fare una Orientation Adventure, una specie di gita. E l'anno non è nemmeno ancora incominciato! Perchè? Ma per farli conoscere, perchè facciano amicizia, perchè la loro vita universitaria non sia solo studio, anzi! 
Noi exchange students, dal canto nostro, abbiamo passato gli ultimi 3 giorni tra shopping, tour della città e del college, discorsi profondi e toccanti da parte di tutto lo staff, indicazioni concrete e regole ferree...e una gita a Newport Beach.
Non saprei da dove cominciare nell'elencare le cose che più mi hanno colpito in questa breve ma intensa esperienza introduttiva...probabilmente ogni cosa che ho visto e fatto! Senza dubbio, la prima cosa da dire è il college in sè. E' qualcosa di più di un'università, qualcosa di più di una città, qualcosa di più di un hotel...è tutte queste cose messe insieme, e molto di più. Ci sono 5 college che fanno parte del consorzio, tutti vicini e tutti simili, ma ognuno con la sua personalità, la sua particolare architettura, i suoi diversi giardini con piante particolari...il verde è una cosa che colpisce ovunque ti volti: grandi, immensi prati rigogliosi anche se il clima è torrido e a malapena dovrebbero crescere cactus ed arbusti. Colpisce ancora di più perchè lo spazio è ancora quasi completamente vuoto, dato che la maggior parte degli studenti non sono ancora tornati: ti guardi intorno e ti immagini gli studenti che chiacchierano, ridono, studiano, si sdraiano nell'erba, e ti ritrovi a pensare che ogni singola cosa è stata studiata appositamente per loro. Non è come a Urbino, che è diventata a tutti gli effetti un campus, ma lo è solo perchè in una piccola città racchiusa da mura sono arrivati 15.000 studenti. Qui ogni panchina, ogni fontana, ogni albero, è stato piantano per gli studenti, perchè possano sfruttarli, amarli, perchè aiutino la loro carriera di studenti e di futuri lavoratori. E' una concezione completamente diversa della vita, e credo dovremmo imparare molto da loro in questo campo.
D'altronde, non ci sono solo panchine ed alberi: ci sono piscine, palestre, biblioteche, aree studio, cucine comuni, mille diverse mense che servono cose differenti ogni sera...tutto gratis. O meglio, costa un sacco di soldi. Ma poi è gratis, è lì, è tutto a tua disposizione. Anche in questi giorni di orientamento, non ho sborsato un centesimo. Colazioni, pranzi, cene, attività, eventi, strutture, personale...in qualche oscura maniera riescono a fare sì che tutto ciò sia a disposizione di tutti, anche di chi, come noi, effettivamente non sta pagando! A dire il vero non è difficile immaginare come: il valore della mia borsa di studio, almeno secondo quanto scritto sui fogli che mi hanno dato, è di 29 mila dollari. Ok? VENTINOVE MILA DOLLARI. Un semestre. Riucite ad immaginarlo? Io no. Non so nemmeno quantificare una tale cifra. Ma qui è così e non siamo nemmeno ad Harvard. Insomma, se una normale famiglia americana vuole mandare il figlio all'università, deve sborsare 29.000 dollari. Per 8 volte (4 anni). Un salasso. Infatti, negli Stati Uniti, esistono sistemi di prestito simili al mutuo per riuscire a permettersi tali cifre, nonchè borse di studio per quasi qualsiasi cosa. Ma, comunque, viene in mente una pubblicità sociale che mi è capitato di leggere da qualche parte, contro il sistema educativo americano: nell'immagine si vedeva un ragazzo povero che non poteva permettersi l'università, e lo slogan recitava "What if he was the next Einstein?". Ed è vero...è giusto rendere l'istruzione qualcosa di così elitario? Non so dare risposta a questa domanda, davvero...il mio spirito critico dice di no, ma d'altra parte sono una delle grandi potenze del mondo, se non altro dal punto di vista culturale e tecnologico. Qui è dove il Sogno Americano si può realizzare, dove da zero si può essere infinito. Qui, secondo una statistica riportata oggi, il 90% degli studenti si laurea nei 4 anni prestabiliti. E allora come puoi non giustificarli?
L'altra grande cosa che mi ha colpito, e credo continuerà a colpirmi sempre, è quella che io definisco (non solo io in realtà) l'"ipocrisia" americana.
Metà della giornata odierna l'hanno passata a spiegarci cosa si può e cosa non si può fare nel campus. Per la maggior parte, cosa NON si può. Regole, divieti, sanzioni...ore ed ore passate a fare vero e proprio terrorismo psicologico. Se fumi dove non devi sarai punito, se scarichi film la polizia rintraccia l'IP del computer e ti rimuovono dalla rete, se pubblichi su facebook una foto in cui bevi alcolici e sei minorenne, potresti avere ripercussioni. Non sto scherzando, porto esempi reali di cose che ci sono state dette oggi. Per ogni reato, la sua punizione. Molto chiaro, anzi, impossibile dire "non lo sapevo". Proprio qui sta la grande differenza: anche in Italia so che è illegale scaricare film o bere alcolici da minorenne, ma nessuno mi ha mai detto a cosa vado incontro se lo faccio. Qui è probabile che nessuno si accorga nemmeno di quello che fai, men che meno la polizia, ma il fatto è....pensate che mi metterò a provare se è vero?
La terra delle libertà, ma sei libero solo di fare come dicono loro. Ipocrisia, no? Però le cose funzionano. Non ho dubbi che nel college ci sia chi beve e ha 19 anni, chi fuma, chi fa uso di droghe e chi scarica film...ma la realtà è che sono certa che molte persone non avranno voglia di rischiare ripercussioni e si limiteranno a non provare neanche. Questo in fondo si chiama rispettare le regole...forse credere che la gente sia onesta per qualche senso di giustizia superiore è semplicemente sopravvalutato.
L'altra e più marcata forma di ipocrisia riguarda l'altra faccia della medaglia, cioè il fare ciò che loro ti hanno detto di non fare. Ti dicono che non devi ubriacarti e istituiscono la "dry week" per la prima settimana, ma poi il resto dell'anno? Fare una cosa del genere non è come sottolineare la cosa con un "dalla seconda fate quello che vi pare"? Oppure, puoi andare in giro con una bottiglia di alcool, ma solo se chiusa...sigillata anzi. Se vai da una camera all'altra con la bottiglia chiusa, va bene, stai andando ad ubriacarti in qualche dormitorio, ma ok, che problema c'è. Se però il tappo non è più sigillato, non puoi. Che senso ha mi chiedo? E' come se stessero continuamente lì a dirti che ti osservano e ti controllano. Poi però ti passano accanto e fingono di guardare dall'altra parte.
L'ultima considerazione, ma forse la più importante e degna di nota, è il modo in cui si presentano. E di conseguenza, il modo in cui ti fanno sentire per avere l'opportunità di essere lì. Oggi, durante i primi discorsi introduttivi dei membri dello staff, quando varie persone parlavano della nostra esperienza, di come ci avrebbe cambiato, di come sarebbe stata importante...quasi piangevo! Il modo di fare i discorsi, come si muovono, come gli brillano gli occhi...è una forma di patriottismo che ti contagia, ti fa sentire parte di qualcosa, ti fa sentire importante a tua volta perchè puoi fare parte di qualcosa di così bello e di valore. Sarebbe bello poter fare un erasmus in Italia, per poter davvero valutare le differenze e dare un giudizio. Non posso, quindi dovrò basarmi sulle mie uniche esperienze, cioè le presentazioni dei miei corsi universitari e, prima, del mio liceo. Mai, in 20 anni di carriera studentesca, ho sentito l'entusiasmo che ho percepito oggi in chi parlava. Mai mi sono sentita così coinvolta, così appoggiata, così importante per un'istituzione...hanno creato interi programmi ed eventi per noi, dalla host family al picnic di benvenuto, dall'iPlace per gli studenti stranieri al "passaporto" contenente tutte le informazioni e tutti gli eventi...
Adesso sono solo curiosa di vedere come procede. Tutto questo è fantastico, ma ha anche tanti lati oscuri, alcuni dei quali li ho già nominati. La cultura americana, l'American way of life, è fatta di grandi luci e di grandi ombre, di cose meravigliose e altre che vanno a scapito dei più deboli, di grandi opportunità ed enormi sconfitte...in Italia, invece, nella nostra mediocrità almeno sappiamo di non sbagliare. Continuerò a scrutare questo straordinario mondo, ma terrò sempre gli occhi bene aperti per non cadere nella trappola dei creduloni. Solo così potrò portare a casa dei veri insegnamenti e magari, se potrò e ne sarò capace, cercare di migliorare un po' ciò che non va a casa mia.


lunedì 13 maggio 2013

Il Grande Viaggio

Sono stata abbastanza vaga, finora, su questo fatidico viaggio che dovrebbe essere il centro del blog. Trovavo giusto presentarmi, prima, farmi conoscere in qualche modo, e ho finito per dilungarmi.
Ma è bello così no? Qualsiasi cosa, perchè abbia un valore, bisogna conoscerla. E questo non è un blog di viaggi: è un blog di VIAGGIO, il mio, e di chiunque volesse condividerlo con me.
Adesso che i convenevoli sono stati sbrigati, è giunto il fatidico momento. 

Come al solito la prenderò alla lontana, perché possiate capire le mie motivazioni e le mie paure.
Vi ho già detto come, fin da piccola, sentissi il bisogno di andare. Non sapevo dove, non sapevo perché, ma ero in cerca di qualcosa che a casa mia non trovavo. Ci sono persone che stanno bene ovunque le metti. Altre che non si pongono nemmeno il problema. 
Io no: io ero in cerca.

I miei viaggi mi piacevano da matti, adoravo la sensazione di libertà e di ansia nel prendere per la prima volta un treno da sola, o la sorpresa di vedere una nuova città, e anche lo stupore del conoscere gente nuova, con accenti strani e modi di fare diversi, e pensare "questa cosa a casa mia non succede".
Restavo sempre vicina, ma sognavo l'"esotico"

La mia generazione è cresciuta più americana che italiana: i telefilm con cui siamo cresciuti, la musica che abbiamo ascoltato fino a non poterne più, i film che ci hanno fatto emozionare e in cui ci siamo immedesimati...ci pensate mai? A quale di queste cose "made in Italy" riuscite a pensare? Siamo stati bombardati dalle immagini di quelle high school americane con gli armadietti e le fontanelle, con le cheer leaders e le squadre di football, con i balli di fine anno e i professori che assegnavano compiti assurdi. Questo c'era nel nostro immaginario.
Invece la nostra realtà era fatta di scuole con l'intonaco scrostato, compiti monotoni e non interattivi, feste di fine anno in cui al massimo si portava una coca-cola in classe per un brindisi.

Io agognavo quella vita da film! Mi chiedevo sempre se fosse tutto vero, se quelle immagini esagerassero o se invece, laggiù, dall'altra parte dell'oceano, ci fossero veramente adolescenti che crescevano come si vedeva in tv. I miei idoli? The O.C., Smallville, Hilary Duff, Streghe, e chi più ne ha più ne metta. Il mio primo contatto con l'America, grazie alla televisione, è stato probabilmente più precoce di quelli che ho avuto con l'Italia.
E' stato allora che ho iniziato a coltivare quel sogno. Quanti anni avrò avuto? Non saprei nemmeno dirlo...Hilary Duff probabilmente lo guardavo quando ancora non andavo nemmeno alle medie! 

Durante il mio secondo anno di liceo, un'amica di mamma le parlò di un'associazione chiamata Intercultura, che organizzava scambi internazionali tra ragazzi e con la quale chiunque poteva partecipare come famiglia ospitante, e ritrovarsi in casa per qualche mese un adolescente inglese, americano, cinese o australiano. L'idea ci piaque subito e cominciammo le pratiche: sarebbe venuta a stare da noi per 6 mesi una ragazza della Nuova Zelanda.
Cavolo, nemmeno sapevo dove diavolo stesse la Nuova Zelanda! E quella ragazzina che sarebbe arrivata, una liceale diciassettenne, sarebbe venuta fino in Italia, da sola, per sei mesi, a stare con una famiglia sconosciuta...quanto doveva essere coraggiosa??

Non lo era. Non lo era affatto! E' stato una specie di incubo all'inizio: questa povera creatura spaventata arrivava da un paese in cui ci sono più pecore che esseri umani e si era ritrovata improvvisamente a Milano; io e la mia famiglia parlavamo un inglese un po' tentennante, lei non sembrava assolutamente in grado di imparare l'italiano (in effetti, in sei mesi non ha imparato molto) e praticamente ogni giorno vagava per casa disperata e piangeva come una matta perchè le mancava la sua famiglia.
Rimase con noi per 6 mesi. Non riesco a ricordare con precisione come si evolse il nostro rapporto, dopo quanti mesi smise di essere un'estranea in casa mia e si trasformò in mia sorella, ma così avvenne. Era mia sorella, una sorella che parlava una lingua differente e con cui non avevo nulla in comune, ma era mia sorella. 
Ma non è questo l'importante, almeno non per lo scopo per cui scrivo. Non è come lei influenzò me e la mia vita. Ciò che conta è come quell'esperienza cambiò lei.

All'inizio non me ne ero resa conto, e nemmeno lei credo. Era arrivata piccola e confusa, come è normale a diciassette anni, chiaro, e non era stata troppo brava ad affrontare le difficoltà di quell'esperienza. Poi con il tempo aveva fatto le sue amicizie, aveva cominciato a capire qualcosa di italiano (molto poco, credetemi...in casa l'inglese era d'obbligo per non scatenare crisi di pianto), a uscire, a conoscere l'italia e i suoi aspetti positivi. Nella vita aveva una grande passione per la moda, anche se personalmente io trovavo il suo stile piuttosto discutibile (ma d'altro canto è un mondo a cui sono sempre stata estranea e disinteressata). Le piaceva mangiare, tanto, ma come a qualunque altra persona. Era giovane, confusa, insicura.

Adesso siamo ancora in contatto. Tutt'ora so di avere una sorella dall'altra parte del mondo, e anche se non la sento spesso so che è lì, e che quell'esperienza ci ha reso unite per sempre. E' tornata in Italia, qualche volta, e ogni volta vederla era un'esperienza. Tutta la sua vita, la sua formazione, la sua carriera, sono state sconvolte dall'esperienza in Italia: ha abbandonato il settore moda (anche se continua a vestire in modo stravagante) e ha scoperto di avere due vocazioni: la cucina, rigorosamente italiana, e la lingua...sempre quella italiana! Si è messa a studiarla in Nuova Zelanda, ha cambiato i suoi corsi di studi, ha iniziato a lavorare per una società di catering e preparato la tesi sulla cultura alimentare dell'Italia. E già questo è tanto, insomma, capire cosa vuoi fare della tua vita e in cosa sei brava. Ma anche il suo modo di approcciarsi all'intera esistenza è cambiato in modo epocale, e io sono fermamente convinta che anche su questo abbia influito pesantemente quell'esperienza. E' una delle persone più calme e pazienti che io conosca, ha iniziato a viaggiare in lungo e in largo per il mondo, è tornata in Italia per specializzarsi e vuole tornarci prossimamente, non ha paura delle scelte nè dei fallimenti. E' sicura di sè, sempre, ed è in grado di portare con sè la sua serenità ovunque vada. Per me, è davvero diventata un esempio.

Non le ho mai chiesto direttamente quanto pensa che quell'esperienza possa averla fatta diventare ciò che è adesso. Forse non saprebbe nemmeno rispondermi. Ma io ho conosciuto quella bambina, e adesso ho la fortuna di conoscere questa donna matura, sicura di sè e affermata. E so, quando la guardo negli occhi, che lì dentro romba un motore alimentato da ciò che ha trovato in Italia.  
Dal giorno stesso in cui ripartì, seppi che avrei voluto fare un'esperienza come la sua.


Quando ero al terzo anno di liceo, mi arrivò a casa un catalogo EF...la conoscete? E' un'agenzia che organizza vacanze studio all'estero, probabilmente la più famosa. La ragazza neozelandese era ripartita da più di un anno, e io iniziavo a vedere i suoi cambiamenti nel tempo, anche se a distanza. Sfogliando quel catalogo, trovai una sezione che parlava di "anni accademici all'estero" e il mio cuore iniziò a battere più forte.
Non era come Intercultura, che non ti faceva scegliere la tua destinazione ma te ne dava una a caso: potevo scegliere. Potevo andare dove volevo davvero: in America.
Cominciai tutte le pratiche: avevo 16 anni e stavo per passare un intero anno in America. Era incredibile. Era un'esperienza che nessuno dei miei amici si sarebbe mai sognato di fare. E...faceva paura. Troppa paura...
Non so perchè, davvero, non me lo ricordo...ricordo solo che ogni motivo diventava una scusa per farmela sembrare una cattiva idea. Ogni volta che qualcuno ne parlava, mi saliva il panico. E decisi di mollare: "è troppo presto, c'è tempo" mi dicevo, e mi dicevano.

Passarono gli anni, e la quarta liceo non la feci in America ma nella mia solita scuola a Milano. Così anche la quinta. Si avvicinava il tempo delle scelte, del concretizzare i miei sogni, della "maturità"...ma chi si sente maturo a 19 anni?!? Come fai a decidere cosa fare della tua vita, quando per 5 anni hai studiato greco e latino e non hai idea di cosa significhi lavorare davvero? Mi riprese il panico: non sapevo cosa volevo studiare...non sapevo dove volevo studiare...sapevo cosa NON volevo, ma è stato da subito palese che andare per esclusione non è facile quando hai migliaia di possibilità davanti. Ero in paranoia esistenziale!
Un catalogo EF venne di nuovo in mio aiuto, proprio in questi momenti di panico. E questa volta non parlava di vacanze estive, nè di frequentare la high school americana...mi proponeva un anno di preparazione all'università all'estero! Il potere del marketing, eh?
E così ricominciò la trafila. Di nuovo, stavo per concretizzare qualcosa, stavo per partire. Ma poi niente...sulle mie innumerevoli paure (eh si, sempre così...io mi vorrei lanciare dalla vetta più alta, ma poi guardo giù, non vedo il fondo...e decido di scendere) si inserì anche la forza più potente della terra: un nuovo amore!

Che idiota mi direte. Sì, è vero. Però col senno di poi non mi pento di niente, ve lo giuro. Ho fatto le mie scelte, e tutte hanno avuto conseguenze importanti: non cambierei nulla. Il fatto è che quando ti innamori, specialmente se sei ancora piccola, tendi a pensare di aver trovato tutto. Sei felice, lui è perfetto, voi avete la storia dei sogni: perché andarsene? E d'improvviso, senza che nemmeno te ne accorgi, dimentichi quali erano i tuoi sogni...no, peggio...te li ricordi, ma non li senti più tuoi. Quando qualcuno te ne parla, ti racconta le sue esperienze, quelle che volevi fare tu, senti un brivido...ma non riesci a collegare la persona che eri e quella che sei. Ti manca un pezzo, e ti va bene così. Senza troppe domande.

Ma il tempo passa. A diciott'anni ti innamori e ti sembra non ci sia nient'altro, che non passerà mai, che il tempo a voi non farà niente. E fai rinunce, involontarie sì, ma sempre rinunce, che si vanno a sedimentare l'una sull'altra. Sposti pezzi della tua vita in funzione di lui, e lui fa lo stesso con te, e va bene così...ma poi un giorno ti accorgi di aver fatto troppo. Di esserti persa, di non riconoscerti più, perchè hai smesso di chiederti chi eri e cosa volevi per così tanto tempo, che te ne sei dimenticata. Ti accorgi semplicemente che sei qualcun altro.


Per certe persone può anche andare bene. Alcune mie amiche, che si sono fidanzate nel mio stesso periodo, hanno fatto il mio stesso percorso e sono felicissime. Non c'è niente di male, non sono nè sbagliata io, nè sono sbagliate loro. Tutto sta a vedere se le scelte che si decide di fare sono dettate dalla maturità della storia, o dalla sua immaturità.
Se scegli di aprire certe porte e di chiuderne altre perchè intimamente ti senti che sia giusto così, allora va bene.
Ma se scegli di non aprire più porte, di restare semplicemente ferma, per non rischiare di mettere alla prova l'amore, per non rischiare di dover ricominciare da capo, per non rischiare di perdere...allora ti autodistruggi. E la tua storia romantica diventa la tua prigione. E la tua immagine allo specchio diventa qualcosa di cui non vai più fiera. Un'immagine sfocata, un ricordo, un cumulo appannato di rimpianti.
Nella mia casa a Milano c'è un armadio enorme, bianco, a quattro ante. L'interno, nel corso degli anni, l'ho ricoperto di scritte colorate. Sogni, speranze, canzoni, frasi...tutto ciò che mi rappresentava finiva lì. Una in particolare mi ha sempre guidato nelle mie scelte, nel bene e nel male, facendomi fare anche tanti errori ma insegnandomi sempre qualcosa:

"Meglio Mille Rimorsi Che Cento Rimpianti..."

Si, perchè un rimorso è qualcosa che hai fatto, e che vorresti non fosse successo. E' quello che comunemente si chiama"errore", l'hai fatto, forse se potessi tornare indietro non lo faresti di nuovo, ma in realtà ti ha insegnato una lezione, e ti ha portato a qualcos'altro che, senza di esso, non avresti mai sperimentato. Ti ha reso quello che sei.
Un rimpianto, invece, è qualcosa di subdolo...avresti voluto farlo, ma non l'hai fatto. Rimane lì, così come era, un semplice dubbio, una possibilità. Poteva non essere niente, una botta nei denti, solo un errore...oppure poteva essere l'occasione della tua vita. Non lo saprai mai, e ti logorerà per sempre.

Ovviamente nella vita esistono entrambi, e non si possono evitare. Non puoi fare mille cose contemporaneamente, e ogni volta che fai una scelta tra più cose, si crea di conseguenza un possibile rimpianto. E' così, è la vita. Come si fa allora?
Secondo me il punto è avere solo rimpianti "positivi". Certe volte, scegli una cosa piuttosto che un'altra semplicemente perchè quella ti rende più felice. Forse è un errore, forse te ne pentirai, ma in quel momento, per quanto tu sia combattuta, sai dove si trova la tua felicità.
E' stato così quando ho dovuto scegliere tra l'amore e l'America. E' stato così quando ho deciso di venire a Urbino, piuttosto che da qualunque altra parte. E' stato così quando mi sono lasciata con il mio ragazzo, e ho deciso di tornarci insieme. Sono scelte, e ogni volta che scegli ti trovi davanti a due porte aperte: non puoi entrare in entrambe, e non puoi nemmeno tornare indietro una volta entrata a vedere cosa c'èera nell'altra. Devi solo fare un paio di calcoli e sperare di avere fortuna.
Qualunque porta tu scelga, stai sicuro: l'altra diventerà un rimpianto. E' così per forza, perchè non saprai mai cosa c'era dietro. Ma se in quel momento sei stato sincero con te stesso nel fare la tua scelta, allora era quella giusta. Era la scelta più giusta possibile.

A volte però, sbagli. Anzi, non è che sbagli, perchè in effetti non sai cosa avresti trovato dietro l'altra porta. Più che altro, ti rendi conto col passare del tempo che la tua scelta non basta. Non ti rende più felice come in quel momento. Diciamo che non ti rende INfelice, però non si è rivelata come la pensavi tu. E' lì che il rimpianto diventa un rimpianto "negativo"...ed è lì che inizia il logoramento.
Il momento della scelta però è andato, e non tornerà...allora aspetti, e aspetti, e aspetti. Aspetti un segno, un segno che non arriva.

Io ho fatto così. Ho aspettato a lungo, felice e infelice, realizzata ma alla ricerca di qualcosa...sull'onda di questo sentimento, che ormai periodicamente mi prende da anni come avete potuto leggere, ho trovato il solito stratagemma: mi son ritrovata in mano il bando di concorso per una borsa di studio, indovinate dove? Bravi! Negli Stati Uniti d'America. Erano solo 3 borse. Potevano prendermi, come potevano non prendermi. Avevo il TOEFL, come richiesto, ma non ero certo l'unica. E comunque, potevo sempre decidere dopo, no? Tentare non costava nulla.

Due mesi dopo, è arrivata la risposta. "Siamo lieti di comunicarle che le è stata assegnata una borsa di studio della durata di un semestre negli Stati Uniti".
Non sapevo cosa fare. Non l'avevo nemmeno detto al mio ragazzo. A malapena lo sapevano i miei che avevo fatto richiesta.
Tuttora non so che scelta ho fatto. Tuttora non so se sto realizzando un mio sogno, che avevo solo nascosto in fondo al cassetto, o se sto semplicemente fuggendo dalla mia vita e dalle mie responsabilità. Mi dico che questa cosa mi servirà...che mi insegnerà tante cose...che mi chiarirà le idee sul mio futuro...che non sto perdendo tempo (notare che io sono al terzo anno, potrei laurearmi a settembre e iniziare la magistrale con tempismo perfetto), ma che lo sto investendo per fare una scelta più consapevole dopo...

E' vero? O mi sto prendendo in giro? Non lo so, davvero, stavolta non lo so. So di essere molto brava a prendere in giro me stessa e gli altri, così brava che a volte non riesco più a distinguere dove finiscono le mie verità e dove iniziano le mie bugie...non lo faccio apposta, ma per coprirmi, per non essere giudicata, per non dover affrontare le mie debolezze, inizio a creare delle giustificazioni per gli altri che poi diventano valide anche per me stessa. E mi perdo nei labirinti della mia mente.

Non so questa volta quale opzione sia. O se sarà un rimpianto positivo o negativo...
Anzi, si lo so. Questa volta non sarà un rimpianto. Al massimo potrà trasformarsi in un rimorso...ma questa volta non mi tirerò indietro prima di scoprirlo. Il resto lo affronterò in seguito.