mercoledì 30 ottobre 2013

È arrivato halloween!

Ed è finalmente arrivato halloween: una delle festività più famose degli Stati Uniti, che i bambini europei seguono con passione alla televisione da quando sono ancora troppo giovani per parlare, e fin da allora desiderano parteciparvi. E ovviamente, io ero tra quei bambini! E adesso che sono qui, appunto mi sento tornata una bimba di 10 anni! Appena vedo delle decorazioni di halloween impazzisco, questa settimana non riesco a studiare o a essere in alcun modo produttiva, vorrei solo essere fuori a fare trick or treat...e invece sotto questo punto di vista per ora ho un po' di disappunto. Sono due mesi che i negozi sono addobbati ad hoc (non scherzo, è dal primo di settembre che hanno cominciato...mi immagino per natale!) e che creano aspettative su aspettative, e adesso che è finalmente arrivato mi sembra che non stia succedendo abbastanza. Mi direte che non é ancora halloween, di portare pazienza, ma io vi rispondo: ehi, sono americani! Halloween qui il 31 ottobre è già finito, è tutta la settimana precedente che conta!
Per ora sono stata un po' delusa dalla festa di questo sabato: é stata fatta in un parcheggio vuoto. Cosa c'è di halloweenesco? Cosa c'è di spaventoso? La cosa più spaventosa erano i costumi orrendi di certe ragazze, che più che travestirsi avevano dimenticato di mettere i pantaloni! Nessuna ragnatela, nessun fantasmino appeso, nessuna decorazione...bellissima musica ma poteva essere una festa qualsiasi!
Ciò che va detto è che i costumi qui sono...sono diversi. In europa ancora pensiamo che halloween sia una festa in cui ci si veste a tema "horror"...non per spaventare necessariamente, anche in Italia è diventato un po' la fiera del porno, ma ancora la maggior parte delle persone si vestono da streghe o fantasmi. Lì sta la differenza con carnevale, no? Qui invece di strega non ne ho vista nemmeno una, sul serio. È molto più carnevalesco, anzi, ancora di più: è una gara a chi ha l'idea più originale. Ci sono personaggi storici di ogni tipo, da film, da cartoni animati, ci sono frutta e verdura, cantanti e comici...l'importante è essere originale e riconoscibile. Nel mio caso, molti non li ho nemmeno riconosciuti perché spesso sono personaggi famosi per la cultura americana, ma non oltreoceano. 
A fianco di questa vena molto originale, ce n'è un'altra che mi ha un po' intristito e sconvolto, soprattutto mentre impazzivo per trovare un costume che potessi effettivamente mettere per uscire di casa: se sei una ragazza in America che cerca un costume in un negozio, preparati a vedere la fiera del porno. Ogni costume ha la scollatura fino all'ombelico e la gonna che finisce ad altezza chiappa (non sotto, proprio lì...). C'è la sexy infermiera, c'è la sexy soldatessa, c'è la sexy poliziotta, e c'è persino la sexy monaca. Non c'è limite al sexy! 
Io non voglio essere all'antica, ma davvero non mi spiego per quale motivo halloween debba essere una scusa per uscire nuda. Io sono la prima ad essermi vestita da cat woman sexy qualche anno fa, ma almeno quando mi piegavo non mi si vedeva anche l'intestino.
Comunque sono scelte. Scelte che poi hanno conseguenze, come avrà capito quella ragazza che ho visto alla festa che si stava facendo mangiare la faccia e toccare tutta da un orribile Zorro, mentre la sua gonnellina da scolaretta sexy le era arrivata alle ascelle. Povera ragazza! ;)
Dal canto mio io ho comprato una parrucca viola e un cappello da strega (si lo so sono scontata, ma davvero non sapevo più cosa fare per non spendere 50$ e non vestirmi da prostituta minorenne) ed ero bellissima! E adesso aspetto con ansia le altre feste in programma e qualunque altra cosa in cui io possa partecipare per approfittare a pieno titolo dello spirito americano di halloween! La cosa che vorrei fare più al mondo è andare casa per casa a fare dolcetto o scherzetto...lo so che ho 20 anni e non sono più una bambina, ma insomma non è colpa mia se non ho passato la mia infanzia qui...ho diritto a recuperare! Devo solo trovare qualcun'altro che sia matto come me (e che non abbia dignità come me!) e unirmi a qualche gruppo di bimbi per farlo! Forse sarebbe un buon momento per iniziare a fare la babysitter...
Per ora ho fatto la mia bellissima e originalissima zucca di halloween, che adorna la porta della mia camera senza, purtroppo, una candela dentro (non ce l'ho, e mi è stato anche detto che non la posso tenere accesa per motivi di sicurezza...quanto sono fissati!). 
Il resto ancora non si sa...per adesso,

HAPPY HALLOWEEN!!!!! :)




mercoledì 9 ottobre 2013

I'm also a photographer :)

Here are some pictures I took around the college and at the beach...seems like I'm starting to take some nice shots with my amazing fully manual camera...enjoy them :)




















C'è erasmus ed Erasmus...

Recentemente mi sono ritrovata a pensare molto a ciò che sto facendo qui, a come la mia vita sia cambiata, a ciò che sto imparando, e anche a come sto cambiando io.
Mi ritrovo conseguentemente a pensare anche ai miei obiettivi, di cui ho già parlato, e a chiedermi se dopo il primo mese qui li sto realizzando in qualche modo oppure no.
Devo iniziare dicendo che tutto ciò che sto vivendo qui si sta rivelando molto diverso da come me lo ero immaginato. Non migliore, non peggiore, ma diverso. Alcune cose me le aspettavo migliori, o almeno più facili, altre mi hanno piacevolmente sorpreso nel loro essere totalmente inaspettate. Tra queste ultime ci sono tra l'altro molte cose relative al college in sé: le lezioni e il loro essere dirette, pratiche, concrete, interessanti. Le possibilità sociali e di svago che sono offerte qui, come i club, le lezioni di cucina, le feste a tema, sempre diverse e interessanti, o le gite. Le mense, che sono davvero dei ristoranti self service, ognuna diversa e ognuna unica, con la serata sushi, la serata tacos, la serata spaghetti. Le lezioni di lingua (nel mio caso spagnolo), che sono integrate da film, eventi organizzati degli insegnanti, tavolate a pranzo o a cena in cui si parla solo in un determinato idioma. Tutte cose fantastiche e impensabili in Italia. Tutte cose che mi stanno davvero "cambiando", che stanno migliorando le mie abilità comunicative, sociali, di integrazione, di esposizione in pubblico, etc. 
Ma tante cose sono più difficili di come me le aspettavo. Dai racconti dei miei amici, tutti rigorosamente Erasmus nel senso stretto del termine, che hanno cioè trascorso un periodo di studio all'interno dell'Unione Europea, questa esperienza sembrava una festa unica e un delirio inenarrabile. A volte SOLO questo, e vedendo le loro foto o sentendo i loro racconti mi chiedevo se stessero effettivamente apprendendo qualcosa, se dopo i party e le sbronze si sentissero in qualche modo arricchiti come avrebbero dovuto sentirsi.
Io non ero in cerca di questo, anzi un po' mi spaventava perchè non sono proprio il genere di persona a cui piace sbronzarsi ogni giorno e fare ogni sera una cazzata diversa, ma in qualche modo me lo aspettavo. E arrivare qui e scoprire quanto la faccenda fosse diversa mi ha parecchio sorpresa!
Qui è effettivamente un delirio, lo ammetto: quasi ogni sabato sera ci sono una o più ambulanze davanti ai party, perchè puntualmente qualche freshman (studenti del primo anno) esagera un po' con l'alcool e finisce col farsi male...o con l'andare in coma etilico. Ma la MIA esperienza in questo campus, e come me quella di tutti gli altri exchange con cui ho parlato, non si sta rivelando così delirante. Anzi arrivando dall'Europa, dove possiamo bere a 16 anni e le feste iniziano a mezzanotte e finiscono all'alba, stare qui a bere di nascosto nei dormitori qualche bicchiere di birra e a tornare dai party all'1 nei weekend ci sconvolge un po'. E' come se le nostre aspettative, qualunque esse fossero, in nessun caso si stessero rivelando confermate.
E non c'è solo questo...se vai in Europa, qualsiasi posto in Europa, incontri per la maggior parte europei...ci sono gli altri studenti Erasmus, dall'Europa, e i cittadini della città in cui ti trovi, europei. Se hai qualche altra finestra sul resto del mondo, che è ben grande, è più un caso che una regola.
Qui avviene il contrario: sono l'unica italiana; non c'è nessuno spagnolo; 3 tedeschi, 3 francesi, 3 inglesi (lo so, sembra una barzelletta); e poi ci sono un'infinità di asiatici, sudamericani, australiani, e chi più ne ha più ne metta. E non solo: gli americani stessi vengono da ogni parte del mondo! Ed è incredibile vedere come le loro origini gli rimangono incollate addosso, fanno parte della loro cultura, sono davvero un melting pot. E' perfettamente normale qui che quasi ogni persona con cui parlo mi dica di avere origini italiane. E se non è Italia, è un altro posto, ma non l'America. E' una cosa che trovo davvero incredibile, e bellissima. Ma questo comporta delle difficoltà. E non poche! In Europa facciamo tutti parte di una cultura "simile": ognuno ha le sue differenze, ma è come se fossimo fatti di una pasta simile. Il resto del mondo non è così, e interagire con un giapponese, o con sudafricano, o con un cinese, o con un australiano...comporta delle difficoltà. Nemmeno saprei dire quali, davvero, è complicato da rendere a parole. Ma è qualcosa che senti, e non puoi fare a meno di notare.
Un'altra cosa che mai mi sarei aspettata è il carico di studio qui. Chi mi conosce non potrebbe mai crederci ma io, la regina delle sgobbate, la maga del cazzeggio, mi ritrovo a studiare quasi ogni sera fino all'1. Non che studi tutto il giorno, da quando finisco le lezioni a quando inizio a studiare passano molte ore. Ma con il fatto di finire lezione alle 4, cenare alle 6, riposare fino alle 8, avere sempre qualcosa da fare dopo...alla fine sì, mi ritrovo all'1 che ancora scrivo papers in inglese o in spagnolo. Nessuno, e dico nessuno che abbia fatto l'Erasmus mi ha mai detto di aver fatto lo stesso. Anzi di solito le parole "Erasmus" e "studio" non vanno tanto d'accordo.
Io dal canto mio, nel MIO Erasmus, le sto davvero vivendo tutte. Le feste, le nuove amicizie, la vita "esotica"...ma anche lo studio, lo stress, le difficoltà interculturali. Non ci sono sconti, per avere il bello devi anche passare attraverso il brutto. E sto davvero sperimentando tutto ciò che significa il termine EXCHANGE, scambiare...non tanto scambiare il mio posto con quello di un altro, ma scambiare la mia vita con una completamente diversa. Non una vacanza, non una fuga dalla mia realtà all'insegna delle feste e del cazzeggio, ma una vera immersione, con tutto quello che comporta.
Se sto realizzando i miei obiettivi, dunque? Diciamo che ci sto lavorando, in modo serio...


sabato 21 settembre 2013

Seems like I'm a journalist...




The Italian viewpoint

Before arriving here at Pitzer college, I had not a real idea of what a “liberal arts college” was. Actually, I was just convinced that it would have had a lot of artistic courses; when I was in Italy, filling in all the forms for my exchange program, I used to look at the course schedule just for finding courses that could match with the ones of my university, and I only randomly gave a glance at the other possibilities. As I couldn’t really understand what all those courses with strange names were, I gave up and decided to make a choice upon my arrival here.
Then, during the first days of orientation for the exchange students, we had a meeting which aim was to explain us the educational objectives of this college. It was there that I heard about the concept of “breadth of knowledge”: the idea that university education should not be concentrated only on the subjects related to a specific course of studies, but it should be as open, large and unbounded as possible. That idea was amazing and scaring at the same time, as I wasn’t used to that at all. In Italy we have a completely different approach to education: the university is as fixed as possible, and the free choice is very little. When I was nineteen and I finished my high school, I had no idea of who I was, neither of who I wanted to be. But I had to take a decision, because over there it works like this. You barely know how the world is, at that age, or which are the possibilities of life, or what you are really good at. But you have to choose a degree, and that degree is something fixed, something that you can only accept or reject. In three years of university, I had only three courses on choice, one every year. I couldn’t even call it “free” actually, because they had to be related to my field of study. So, at that time, not aware at all of my real desires, I chose the best compromise and I started a degree in international business. I also really liked drawing. And writing. And I was interested in psychology, too. But I couldn’t try them all, I just had to decide. I don’t even know how many times, later, I regretted that choice, staring at the infinite possibilities that I had in that moment and that I won’t have anymore.
The idea that here students have two whole years to understand what they really want to do is simply amazing. You can be attracted by psychology, but also try chemistry, and take an art class, too, and at the same time attend a course about women’s rights. And that’s only a semester. I believe that this kind of approach really helps to develop all the human possibilities in life. There’s no better way to understand if you like something, or even more if you don’t like it at all, than trying it. Theoretical, abstract speeches are just useless in life, if you are not able to turn them in practice. Italian universities surely believe that with their approach they can provide some sort of “deeper” knowledge, a more complete one. That’s probably true, but what if someone doesn’t know yet what his future will be? Then he can only make a wrong choice. In Italy we have one of the highest university abandonment rate, and that’s probably due to this approach. Most of the people start doing something they thought was nice for them, and then realize that it isn’t like that at all. There is a lot of social pressure upon the university choice, because what you are studying really qualifies you. If you are studying economics, then you are smart and you will be a manager, but if you are studying languages you are only someone who will be unemployed for his whole life. Here there is an opposite approach: every subject has the same value and social status. Who is majoring in economics may be also taking some language course, and photography, and sociology. What does really count is the person you will become, that is the sum of all the unique choices you made during your four years. By my side, I’m taking advantage of this amazing possibility: this semester I will be a Spanish learner, but also a photographer and a psychologist. Maybe some of these things will turn out to be my future.

lunedì 9 settembre 2013

Pictures from my new life

Il benvenuto in camera Mia:


La festa internazionale:


In classe, senza scarpe...eh si, qui usa così!


The gate of heaven?


Cosa sarebbe l'America senza il football?


Ed ecco a voi Claremont:

domenica 8 settembre 2013

Homesickness...o solo inadeguatezza



C'è qualcosa di cui nessuno studente erasmus/exchange parla mai nei suoi racconti, cioè del fatto che gli possa essere mancata casa sua. Non saprei dire il perchè, ma è davvero così, insomma li vedi sempre pubblicare foto bellissime su facebook, quando li senti ti dicono che è tutta una figata, quando tornano non fanno altre che dire che vorrebbero essere ancora là. Quindi non è difficile no? Se tutti partono e nessuno si trova male o almeno si sente solo, vuol dire che è facilissimo!
Poi però c'è l'altra "voce" sull'erasmus/exchange, la voce cioè di chi queste esperienze le organizza o le vive come tutor, assistente, o comunque come "esterno" coinvolto. Questa voce sostiene con convinzione che un esperienza del genere ti cambia perchè impari ad affrontare le difficoltà, a gestire la solitudine, a tirarti su da solo...quindi questi cambiamenti e queste sfide sembrano presupporre una difficoltà di fondo no? Addirittura c'è gente che queste cose le studia, non so se siano psicologi, antropologi o che altro, e hanno teorizzato un vero e proprio grafico dell'andamento dell'homesickness. Ne ho trovato uno in internet che è molto simile a quello che ci hanno fatto vedere qui, durante i primi giorni di orientamento:

http://web.viu.ca/studyabroad/departsmart/modules/whileaway.htm
Il grafico mostra chiaramente come al periodo pre partenza, da tutti confermato come un periodo di alti e bassi, di confusione e di indecisione, segue un periodo di up, alla partenza e poi...uno quasi corrispettivo di down. E questo studio non è il risultato di un'analisi che riguarda, che so, uno studente su cinque. Ce lo hanno prospettato come una sicurezza, una certezza matematica, qualcosa a cui tutti devono andare incontro quando affrontano questo tipo di esperienza.
Allora, perchè non c'è nei racconti di nessuno? Perchè quando mi guardo intorno mi sembra di essere la sola? Non credo sia generalizzabile, molto fa il carattere, molto altro il tipo di compagnia che casualmente si incontra nel nuovo paese straniero, forse anche l'educazione o altre cose giocano un ruolo...non tutti dovranno affrontare questo grafico. Ma qualcuno si, per forza. E dove sta? Perchè si nasconde?

Ci nascondiamo tutti, in realtà...anche io stessa certi giorni vorrei solo chiudermi in casa e piangere, ma poi, quando esco, sorrido, faccio finta di niente, dico che sto bene...dopo un po' inizio anche a divertirmi, certo, ma continuo a sentire quel vuoto che mi dice che qualcosa non va, che questo non è il mio posto. Non so se chiamarla Homesickness, o "nostalgia di casa", perchè in realtà non è tanto casa che manca...si, vorrei un abbraccio della mia mamma, e un bacio del mio ragazzo, e le mie amicizie e la mia casa...ma più che altro ciò che fa male è quella specie di sensazione di malessere alla bocca dello stomaco, come quando sei nervoso, come quando non sei rilassato. Quella sensazione che ti fa stare sempre come una corda in tiro. E lo sei perchè ti senti fuori posto, perchè nulla di ciò che conosci e ti da sicurezza è lì con te, perchè ogni diavolo di cosa, anche trovare la carta igienica per il bagno, quando sei in un posto nuovo diventa difficile.
Vorrei solo che qualche studente che si trova lontano da casa e si sente male per questo leggesse il mio blog..se così fosse, e mi stai leggendo, voglio dirti che NON SEI SOLO. Non tanto perchè anche io mi sento così, insomma nemmeno mi conosci, ma perchè credimi, lo studente straniero nella stanza accanto alla tua in questo momento sta provando le stesse cose. Il grande problema degli esseri umani è che usiamo il dono della parola per i motivi sbagliati, la usiamo per lamentarci, per giocare, per ridere, per sfottere...mai per chiedere aiuto
Nel mio caso specifico, io mi sento ancora come nel pre partenza: oscillo continuamente tra l'alto e il basso, tra il "sì, che bello, qui è tutto fantastico" e il "cosa diavolo ci faccio io qui?". Un giorno su, e l'altro sotto terra. Avere il fidanzato a casa di sicuro non aiuta, probabilmente se non ci fosse mi butterei di più in nuove conoscenze, nuove cose, nuove esperienze...ma al momento sentirlo è una delle cose che più mi tranquillizza, perchè è l'unico con cui mi sfogo, e non riesco a pensare a stare senza la consapevolezza della sua presenza. Credo di essere una persona strana...vado molto d'accordo con poche persone, come se fosse una grandezza inversamente proporzionale: all'aumentare della gente la mia simpatia diminuisce. Non mi so più relazionare. E' sempre stato così, infatti nella mia vita non ho mai fatto parte del grande gruppo, ho sempre avuto la mia piccola schiera di amici secondo la filosofia del "pochi ma buoni". Però qui volevo essere diversa. Qui volevo semplicemente godermi tutte le esperienze nel modo più facile possibile. Invece mi sembra di trovare muri davanti a me: cerco di fare amicizia, di aprirmi, di invitare, e mi sembra che tutti abbiano già la loro vita, che non se ne facciano niente di me. E' così triste sentirsi soli, è così triste non sentirsi accettati. Per questo mi chiedo se la mia sia homesickness o se sia solo inadeguatezza. Forse come sempre mi forzo a fare cose per cui non sono pronta. Forse il mio carattere o semplicemente le attuali circostanze non mi permettono di godermi questa esperienza come dovrei. Forse dico così solo perchè è l'inizio, e ancora non so come si evolveranno le cose. 
Diciamo solo che per ora è così: il mio cuore è diviso a metà, una parte batte all'impazzata davanti a tutte le novità e tutte le sfide che sto affrontando, ed è felice e realizzata per aver avverato questo sogno. L'altra metà piange ogni volta che pensa all'Italia, e spera che questa esperienza, per quanto ricca e formativa, finisca in fretta. Non lo so come si evolverà, magari tra un mese sarà completamente diverso. Posso solo provare a viverla come viene. Nel bene o nel male, mi avrà insegnato tanto. Per ora, comunque, spero ancora che sia solo "nel bene".

giovedì 5 settembre 2013

Shopping di lezioni

Come è ben noto grazie a numerosi film e serie televisive, il sistema scolastico americano è piuttosto diverso da quello italiano (in generale da quello dei paesi europei): da noi andare all'università significa scegliere un corso di laurea che ti piace e seguire le lezioni preimpostate, sia che siano o meno di nostro gradimento, sia che le reputiamo utili o no. Se vogliamo prendere lezioni di chitarra, o di fotografia, o di danza...dobbiamo farlo dopo le lezioni, nel tempo libero. Non c'è nulla di strano, ci siamo abituati. 
Ma per l'altra metà del mondo, le cose funzionano in modo totalmente opposto: l'università è un enorme contenitore in cui far convergere materie "classiche", materie "alternative", e...altre che non oso nemmeno chiamare materie! Qui non si sceglie un corso di laurea, si sceglie un major. Un major altro non è che una vaga indicazione di cosa scegliere tra tuoi corsi universitari: per esempio, se uno volesse fare un major in economia, probabilmente dovrebbe obbligatoriamente scegliere almeno una materia matematica, compresa entro un'ampia gamma di scelta, una economica, una storica e una sociale. In 4 anni. E il resto? Lo potrebbe riempire come gli pare, letteralmente! Gli studenti non seguono in media più di 4 o 5 materie da un credito l'anno (no, non correte a cercare borse di studio per gli Stati Uniti, 1 credito americano vale quasi 10 nostri come mole di lavoro...credetemi). Queste materie non facenti parte del loro major possono essere di ogni sorta: tra gli esempi più simpatici, c'è una classe di make up, un corso di danza, corsi di yoga, di musica, di fotografia...ci sono anche cose dai titoli assurdi che ancora mi chiedo cosa possano riguardare!
E' quello che loro, almeno qui al Pitzer College, chiamano Breath of Knowledge: la conoscenza e la cultura sono date dalla somma di tante abilità diverse e non sempre collegate, e il modo migliore di crescere come persona, anche per il futuro lavoro, è quello di provare un po' tutto, in modo da riuscire a capire cosa veramente si vuole,
Personalmente, è un concetto che trovo meraviglioso! In Italia funziona in modo diametralmente opposto: la scelta libera è ridotta al minimo, diciamo un corso all'anno, che deve essere comunque collegato con il tuo piano di studi. E tu esci dal liceo con una conoscenza minima di come sia il mondo, la vita, il lavoro, e ti ritrovi a dover scegliere già con ragionevole sicurezza quale sarà il tuo futuro.
Per me questa è stata una tragedia, perchè ho scelto in maniera abbastanza casuale qualcosa che mi desse un inquadramento generale su più fronti (andando quindi a perdere in profondità su ciascuno) e ritrovandomi alla fine del mio percorso senza avere la minima idea di cosa fare dopo. Solo perchè non ho mai potuto provare! Se avessi fatto l'università qui, probabilmente avrei fatto comunque un major in economia o qualcosa del genere. Ma poi avrei provato anche biologia, e informatica, e sociologia, e psicologia...e perchè no, fotografia e danza. E ora saprei se tutte queste cose mi piacciono o meno, e saprei forse anche quale mi piace più di tutte, in modo da sceglierla. 
Ma non è tutto oro quel che luccica: non sembra così scontato, ma all'aumentare ingente della possibilità di scelta aumenta anche parallelamente la difficoltà di farlo. Ci sono migliaia di studenti nel college e certe materie sono chiaramente molto più appetibili di altre. Per cui riuscire a scegliere e seguire ciò che davvero si desidera è praticamente una corsa all'oro: una gara al click più veloce, dal momento preciso in cui aprono l'accesso al sito per la registrazione. Nel caso dei poveri studenti del primo anno poi, e purtroppo anche di noi exchange, diventa anche un po' un terno al lotto, perchè tutti gli studenti di anni superiori (fino al quarto, cioè) hanno la possibilità di registrarsi ai corsi già dalla fine dell'anno precedente. Consierando che sono i 3/4 della popolazione studentesca del college, a noi è rimasta davvero poca scelta.
Ma poi, fosse solo questo! Gli americani amano proprio complicare la vita e inserire quante più regole possibile ovunque: non solo il corso, che ha un numero massimo di posti, deve essere ancora "aperto", ma spesso ha dei prerequisiti, oppure è aperto solo per gli studenti di un certo college, oppure, cosa peggiore, necessita del permesso scritto dell'insegnante per poter essere inserito nel piano di studi. Quindi la cosa diventa davvero delirante, perchè è tutto un raccattare corsi disponibili di qua e di là, mentre si aspetta che due o tre prosessori rispondano alla richiesta per classi chiuse, o mentre si va a fare "shopping" di corsi per capire quale sia il migliore. Ah, e nel frattempo bisogna anche cercare di non creare sovrapposizioni, tra le materie effettivamente inserite ma anche tra quelle potenziali! perchè tendenzialmente quasi tutti i corsi sono tra le 10 del mattino e le 4 del pomeriggio, dal lunedì al giovedi: la mattina e la sera, così come il venerdì, hanno solo qualche sporadica lezione qua e là. Meglio? Mica tanto...se vuoi seguire 6 corsi, nel tuo iniziale periodo di shopping, e 4 di loro si sovrappongono...tanti auguri!
Diciamo quindi che non è affatto facile: è abbastanza stressante e complicato come sistema. L'estrema libertà ha i suoi svantaggi. Ma non voglio essere falsa: trovo che tutti i problemi e le difficoltà del mondo non riescano comunque a togliere nulla a questo sistema meraviglioso. Qui materie come fisica e danza, musica e ingegneria, matematica e filosofia del linguaggio hanno lo stesso valore, la stessa dignità. Ognuna contribuisce a creare l'individuo-studente nella sua completezza e unicità. E credo che nessuno studente possa uscire di qui senza sapere se è bravo in quello che ha scelto di fare poi: hanno già provato un po' tutto, sperimentato, scoperto nuove passioni e sbagliato in modo madornale. Sono completi. Nessuno di loro ha bisogno di sapere a 18 anni se vuole diventare medico, o avvocato, o pittore o fotografo. Lo scopriranno piano piano, crescendo.

giovedì 29 agosto 2013

American way of life

Il college americano è qualcosa di inimmaginabile per un qualsiasi studente italiano; ero già consapevole di questo, ma non davvero, non come ora lo sto scoprendo...ed è solo l'inizio!
E' come se qui lo studio fosse qualcosa di collaterale...si impegnano molto, e si vede, ma creano intorno al mero compito di "studiare" tutta un'esperienza incredibile fatta di vita sociale, animazione, eventi, club, strutture complesse. In Italia, ti iscrivi all'università, ricevi qualche informazione, ti mandano a casa e via, sei uno studente universitario: il resto sta a te.
Qui c'è tutto un universo dietro, e non solo per gli exchange student! Basta pensare che, proprio in questo momento, gli studenti del primo anno appena iscritti si trovano da qualche parte in California a fare una Orientation Adventure, una specie di gita. E l'anno non è nemmeno ancora incominciato! Perchè? Ma per farli conoscere, perchè facciano amicizia, perchè la loro vita universitaria non sia solo studio, anzi! 
Noi exchange students, dal canto nostro, abbiamo passato gli ultimi 3 giorni tra shopping, tour della città e del college, discorsi profondi e toccanti da parte di tutto lo staff, indicazioni concrete e regole ferree...e una gita a Newport Beach.
Non saprei da dove cominciare nell'elencare le cose che più mi hanno colpito in questa breve ma intensa esperienza introduttiva...probabilmente ogni cosa che ho visto e fatto! Senza dubbio, la prima cosa da dire è il college in sè. E' qualcosa di più di un'università, qualcosa di più di una città, qualcosa di più di un hotel...è tutte queste cose messe insieme, e molto di più. Ci sono 5 college che fanno parte del consorzio, tutti vicini e tutti simili, ma ognuno con la sua personalità, la sua particolare architettura, i suoi diversi giardini con piante particolari...il verde è una cosa che colpisce ovunque ti volti: grandi, immensi prati rigogliosi anche se il clima è torrido e a malapena dovrebbero crescere cactus ed arbusti. Colpisce ancora di più perchè lo spazio è ancora quasi completamente vuoto, dato che la maggior parte degli studenti non sono ancora tornati: ti guardi intorno e ti immagini gli studenti che chiacchierano, ridono, studiano, si sdraiano nell'erba, e ti ritrovi a pensare che ogni singola cosa è stata studiata appositamente per loro. Non è come a Urbino, che è diventata a tutti gli effetti un campus, ma lo è solo perchè in una piccola città racchiusa da mura sono arrivati 15.000 studenti. Qui ogni panchina, ogni fontana, ogni albero, è stato piantano per gli studenti, perchè possano sfruttarli, amarli, perchè aiutino la loro carriera di studenti e di futuri lavoratori. E' una concezione completamente diversa della vita, e credo dovremmo imparare molto da loro in questo campo.
D'altronde, non ci sono solo panchine ed alberi: ci sono piscine, palestre, biblioteche, aree studio, cucine comuni, mille diverse mense che servono cose differenti ogni sera...tutto gratis. O meglio, costa un sacco di soldi. Ma poi è gratis, è lì, è tutto a tua disposizione. Anche in questi giorni di orientamento, non ho sborsato un centesimo. Colazioni, pranzi, cene, attività, eventi, strutture, personale...in qualche oscura maniera riescono a fare sì che tutto ciò sia a disposizione di tutti, anche di chi, come noi, effettivamente non sta pagando! A dire il vero non è difficile immaginare come: il valore della mia borsa di studio, almeno secondo quanto scritto sui fogli che mi hanno dato, è di 29 mila dollari. Ok? VENTINOVE MILA DOLLARI. Un semestre. Riucite ad immaginarlo? Io no. Non so nemmeno quantificare una tale cifra. Ma qui è così e non siamo nemmeno ad Harvard. Insomma, se una normale famiglia americana vuole mandare il figlio all'università, deve sborsare 29.000 dollari. Per 8 volte (4 anni). Un salasso. Infatti, negli Stati Uniti, esistono sistemi di prestito simili al mutuo per riuscire a permettersi tali cifre, nonchè borse di studio per quasi qualsiasi cosa. Ma, comunque, viene in mente una pubblicità sociale che mi è capitato di leggere da qualche parte, contro il sistema educativo americano: nell'immagine si vedeva un ragazzo povero che non poteva permettersi l'università, e lo slogan recitava "What if he was the next Einstein?". Ed è vero...è giusto rendere l'istruzione qualcosa di così elitario? Non so dare risposta a questa domanda, davvero...il mio spirito critico dice di no, ma d'altra parte sono una delle grandi potenze del mondo, se non altro dal punto di vista culturale e tecnologico. Qui è dove il Sogno Americano si può realizzare, dove da zero si può essere infinito. Qui, secondo una statistica riportata oggi, il 90% degli studenti si laurea nei 4 anni prestabiliti. E allora come puoi non giustificarli?
L'altra grande cosa che mi ha colpito, e credo continuerà a colpirmi sempre, è quella che io definisco (non solo io in realtà) l'"ipocrisia" americana.
Metà della giornata odierna l'hanno passata a spiegarci cosa si può e cosa non si può fare nel campus. Per la maggior parte, cosa NON si può. Regole, divieti, sanzioni...ore ed ore passate a fare vero e proprio terrorismo psicologico. Se fumi dove non devi sarai punito, se scarichi film la polizia rintraccia l'IP del computer e ti rimuovono dalla rete, se pubblichi su facebook una foto in cui bevi alcolici e sei minorenne, potresti avere ripercussioni. Non sto scherzando, porto esempi reali di cose che ci sono state dette oggi. Per ogni reato, la sua punizione. Molto chiaro, anzi, impossibile dire "non lo sapevo". Proprio qui sta la grande differenza: anche in Italia so che è illegale scaricare film o bere alcolici da minorenne, ma nessuno mi ha mai detto a cosa vado incontro se lo faccio. Qui è probabile che nessuno si accorga nemmeno di quello che fai, men che meno la polizia, ma il fatto è....pensate che mi metterò a provare se è vero?
La terra delle libertà, ma sei libero solo di fare come dicono loro. Ipocrisia, no? Però le cose funzionano. Non ho dubbi che nel college ci sia chi beve e ha 19 anni, chi fuma, chi fa uso di droghe e chi scarica film...ma la realtà è che sono certa che molte persone non avranno voglia di rischiare ripercussioni e si limiteranno a non provare neanche. Questo in fondo si chiama rispettare le regole...forse credere che la gente sia onesta per qualche senso di giustizia superiore è semplicemente sopravvalutato.
L'altra e più marcata forma di ipocrisia riguarda l'altra faccia della medaglia, cioè il fare ciò che loro ti hanno detto di non fare. Ti dicono che non devi ubriacarti e istituiscono la "dry week" per la prima settimana, ma poi il resto dell'anno? Fare una cosa del genere non è come sottolineare la cosa con un "dalla seconda fate quello che vi pare"? Oppure, puoi andare in giro con una bottiglia di alcool, ma solo se chiusa...sigillata anzi. Se vai da una camera all'altra con la bottiglia chiusa, va bene, stai andando ad ubriacarti in qualche dormitorio, ma ok, che problema c'è. Se però il tappo non è più sigillato, non puoi. Che senso ha mi chiedo? E' come se stessero continuamente lì a dirti che ti osservano e ti controllano. Poi però ti passano accanto e fingono di guardare dall'altra parte.
L'ultima considerazione, ma forse la più importante e degna di nota, è il modo in cui si presentano. E di conseguenza, il modo in cui ti fanno sentire per avere l'opportunità di essere lì. Oggi, durante i primi discorsi introduttivi dei membri dello staff, quando varie persone parlavano della nostra esperienza, di come ci avrebbe cambiato, di come sarebbe stata importante...quasi piangevo! Il modo di fare i discorsi, come si muovono, come gli brillano gli occhi...è una forma di patriottismo che ti contagia, ti fa sentire parte di qualcosa, ti fa sentire importante a tua volta perchè puoi fare parte di qualcosa di così bello e di valore. Sarebbe bello poter fare un erasmus in Italia, per poter davvero valutare le differenze e dare un giudizio. Non posso, quindi dovrò basarmi sulle mie uniche esperienze, cioè le presentazioni dei miei corsi universitari e, prima, del mio liceo. Mai, in 20 anni di carriera studentesca, ho sentito l'entusiasmo che ho percepito oggi in chi parlava. Mai mi sono sentita così coinvolta, così appoggiata, così importante per un'istituzione...hanno creato interi programmi ed eventi per noi, dalla host family al picnic di benvenuto, dall'iPlace per gli studenti stranieri al "passaporto" contenente tutte le informazioni e tutti gli eventi...
Adesso sono solo curiosa di vedere come procede. Tutto questo è fantastico, ma ha anche tanti lati oscuri, alcuni dei quali li ho già nominati. La cultura americana, l'American way of life, è fatta di grandi luci e di grandi ombre, di cose meravigliose e altre che vanno a scapito dei più deboli, di grandi opportunità ed enormi sconfitte...in Italia, invece, nella nostra mediocrità almeno sappiamo di non sbagliare. Continuerò a scrutare questo straordinario mondo, ma terrò sempre gli occhi bene aperti per non cadere nella trappola dei creduloni. Solo così potrò portare a casa dei veri insegnamenti e magari, se potrò e ne sarò capace, cercare di migliorare un po' ciò che non va a casa mia.


domenica 25 agosto 2013

Pronti, partenza......via

È arrivato il giorno. Sono sull'aereo che mi porterà negli Stati Uniti, destinazione : LAX international airport
È difficile spiegare come ci si sente, anzi come io mi sento perché non è mai bene generalizzare. Be, IO sono terrorizzata. Lascio a casa una famiglia amorevole, una vita piena, un ragazzo che mi ama, un'esistenza comoda. Perché? Perché certe persone sentono il richiamo di questo, di quest'ansia, del momento in cui saluti tutti, degli istanti in cui ti rendi conto che una tal cosa la stai vedendo per l'ultima volta, della sensazione di forza data dalla solitudine e dalla paura. Come chi si lancia dagli aerei o dalle scogliere (cose che peraltro faccio o voglio fare anche io), è la ricerca del limite. È superarlo, e rendersi conto che lo si sta facendo. 
Ho sentito di recente una battuta da qualcuno: che il mondo si divide in gente che ha fatto l'Erasmus e gente che non l'ha fatto. E i secondi non possono capire i primi. Ancora io non so se sia vero, anche se suppongo di stare per scoprirlo. Ma credo sia vero, perché in questo momento capisco che non c'è nulla paragonato a questa sensazione: Erasmus, lavoro all'estero, cambio di vita in genere...sapere cosa sei oggi e non avere la minima fottuta idea di cosa sarai domani...poche ore che fanno un mondo di differenza. Non esiste altrove.
Ora che sono in viaggio, ora che ho fatto entrare 4 mesi di vita in 32 kg di "bagaglio pesante" (che erano 38 prima e 35 poi, svuotato ulteriormente in aeroporto perché era troppo pesante), ora che sono mentalmente "vergine" sia dalla mia vita passata che da quella futura...voglio pormi degli obiettivi per questa esperienza:

- voglio crescere come persona: andare lontano, da soli, secondo me serve o dovrebbe servire a questo; è un concetto vago, lo so, ma significa tornare sentendosi più maturi di prima e con degli strumenti in più per affrontare la vita.

- voglio apprezzare il mio paese conoscendo l' "altro"...è facile dire che gli USA sono fantastici, e criticare l'Italia. D'altronde, per molti versi é vero. Ma maturità è anche capire i limiti di ciò che sembra fantastico, patriottismo è apprendere dal di fuori per cercare di cambiare dal di dentro, e un'esperienza all'estero non può trasformarsi solo in un motivo di rimpianto per essere tornata a casa. Non voglio che per me sia così, voglio tornare a casa più felice di prima, non il contrario. Se no me ne restavo li, no?

- voglio conoscere gente dal mondo per diventare una cittadina del mondo. E perché è più facile visitare posti lontano se sai di avere qualcuno che ti da una mano ;) ho sempre amato conoscere, in senso profondo, culture diverse, accorgermi delle differenze...qui non solo conoscerò gli USA, ma il Giappone, l'Australia, la Germania, l'India........

- infine, vorrei davvero chiarirmi le idee sul mio futuro. Ho scelto di fare quest'esperienza per tanti motivi, alcuni futili, altri molto seri...ma in primis era il mio "anno sabbatico", quello che volevo prendermi prima dell'università per pensare a quale scelta fare, quello che già al liceo desideravo compiere...mi riapproprio di un tempo che doveva essere mio da anni, e che non deve andare sprecato. Ho le idee molto confuse su cosa voglio essere e su come diventarlo...spero che conoscere questa realtà nuova e tanta gente dal mondo allarghi i miei orizzonti e le mie prospettive, e di tornare con un'idea più chiara sul mio futuro.

Credo sia tutto, o perlomeno che questi siano gli obiettivi che vale la pena scrivere per non lasciare che le feste, le nuove amicizie, la cosiddetta "sindrome da Erasmus" cambino...ora sta all'America aiutarmi a realizzarli, ma soprattutto a me cogliere le occasioni giuste e vivere al massimo questa meritata esperienza. E quindi, davvero...pronti, partenza...
Viaaaaaaaaaaa!!!!!!

giovedì 13 giugno 2013

Un'esperienza all'estero sarà utile davvero per il lavoro...?

Stavo curiosando su internet e ho trovato questo...spiega, in inglese, in quali percentuali un'esperienza all'estero influisce sulla ricerca di lavoro! Letteralmente il ROI (return on intestiment) di questa esperienza (è un indicatore economico di efficienza, una delle poche cose che ricordo di economia aziendale ;))


Quando cerco di decidere cosa ne sarà della mia vita, mi prende il panico: l'Italia è in una situazione talmente disastrata...se penso che ho fatto quasi fatica a trovare uno stage non retribuito! 

Io poi ho scelto una facoltà che non è ne' carne ne' pesce: un pò di management, ma senza le basi di economia, le lingue, ma solo due e fatte male...insomma, non mi distinguo granchè dalla massa. Ne' ho particolari ambizioni: tante cose mi piacciono molto, tante professioni mi interessano, ma spesso non so come arrivare dove voglio, da dove partire per realizzarmi...

Spero che questa esperienza serva a tante cose...spero che allarghi le mie prospettive, creandomi nuove possibilità a cui prima magari nemmeno pensavo. Spero che mi aiuti a conoscere meglio me stessa e ciò in cui sono brava. Spero che mi renda una persona più forte, indipendente, capace di affrontare i problemi che la vita le pone davanti, proattiva...sento che alcune cose stanno già cambiando, migliorando...questo blog ne è un esempio! Molte altre cambieranno prima di partire, la maggior parte dopo la mia partenza...

Se poi tutte queste percentuali si rivelassero vere anche per me e mi aiutasse al momento di un colloquio di lavoro, sarebbe davvero fantastico! Ma sono sicura che servirà a talmente tante cose....




martedì 11 giugno 2013

Come affrontare senza problemi il colloquio per la richiesta di visto per gli USA

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Anche questo scoglio è andato: sono tornata a casa vittoriosa con il mio visto di ingresso pronto per partire! In realtà non ce l'ho proprio io ancora, devo andare a ritirarlo domani...ma il più è fatto!

Questo è un passaggio obbligato non solo per me e per tutti gli exchange students, ma per chiunque voglia richiedere un visto di ingresso negli Stati Uniti...e credetemi, lì serve un visto praticamente per qualsiasi cosa! Personalmente, ero abbastanza agitata e non avevo affatto chiaro come si sarebbe svolta la cosa...dal momento che suppongo di non essere la sola, questo post sarà un'utile guida a tutti coloro che dovranno affrontare questo banale, ma essenziale, passo!

Intanto, comincio col dire che ero molto più agitata del necessario; gli americani tendono a fare terrorismo psicologico a chiunque voglia anche solo avvicinarsi alla loro terra, ma poi in realtà sono tranquilli e amichevoli. Se avete già fatto richiesta telefonica o online per il colloquio e completato il modulo DS-160, insomma, siete già a buon punto! Se non l'avete fatto, non provate nemmeno a passare direttamente al consolato a chiedere qualche informazione, o a fare i furbi sperando che vi lascino passare...sono americani, o fai come dicono loro o niente! Quindi cercate il sito dell'ambasciata più vicina a voi (in Italia sono a Roma, Milano e Firenze, ma probabilmente la troverete anche in altre città) e seguite tutti i passaggi per richiedere il visto, come illustrato nel sito (e se volete potete farvi un'idea di cosa aspettarvi leggendo il mio post precedente).

Io mi sono recata al Consolato di Milano, e non posso sapere se in altre città la cosa si svolga in modo diverso. Credo comunque che certe regole siano fisse, per cui ecco qui qualche consiglio (dato dalla mia personale esperienza e dal racconto di un amico che ha fatto lo stesso di recente).


  • O MOLTO IN ANTICIPO, O ARRIVATE PURE IN RITARDO. Io avevo appuntamento alle 8 e mezza (il primo della mattina quindi), e alle 8 e 10 sono arrivata davanti al palazzo. La fila cominciava praticamente all'uscita della metropolitana, e subito dietro di me c'erano due signori che avevano appuntamento alle 9 e mezza. Quindi fate voi: sul foglio di conferma consigliano di arrivare un quarto d'ora prima, ma visto che evidentemente non basta, arrivate più o meno puntuali e mettetevi l'anima in pace. Passerete lì almeno due ore.
  •  NON PORTATE BORSE, ZAINI, MARSUPI...NEMMENO LA POCHETTE! Sebbene il cartello all'inizio della fila reciti "non sono ammesse valigie e borse di grandi dimensioni", il divieto è in realtà esteso a qualsiasi contenitore. Io, essendone a conoscenza, mi sono attrezzata con giacchino dotato di tasche e una busta della spesa per non dover tenere in mano i mille fogli che dovevo portare con me. Ma se proverete a portare anche una minuscola borsetta contenente solo le chiavi di casa, il verdetto sarà lo stesso: consegnarlo al bar accanto, che si è attrezzato come deposito, e ovviamente pagare 5€. Ma dai, vi pare che fosse gratis? Insomma, svolgono un servizio! Non per fare la spilorcia, ma con quei 5€ vi ci fate un panino all'uscita, dai.
  • NON VENITE ACCOMPAGNATI. So che è un peccato perchè la mamma/amica-o/fidanzata-o farebbe comodo nell'ora di fila che vi attende, ma NON potranno entrare con voi all'interno del palazzo. Esatto, come i cani: c'è il cartello all'ingresso con la mamma nel cerchio rosso sbarrato. ;) Solo chi deve fare richiesta di visto entra. Se avete un accompagnatore molto paziente, potrà tenervi compagnia in coda e poi svolgere il ruolo di reggi-borsa mentre si prende un luuuuungo caffè, in attesa del vostro ritorno. 
  • SE VI SENTITE FOTOGENICI, C'E' LA MACCHINETTA. Se vi siete dimenticati di fare la foto formato 5X5 (ricordate: sfondo bianco, non sorridete, orecchie scoperte...insomma, se siete venuti bene di sicuro c'è qualcosa di sbagliato, rifatela) o se siete così orribili da non essere quasi riconoscibili, avete un'ultima chance alla macchinetta in sala d'attesa. Mi raccomando, soldi contati (5€): nessuno avrà da cambiare e ovviamente la macchina non dà resto.
  • SICURI DI AVER PRESO TUTTO? Non dimenticate niente, o vi faranno tornare a casa e ricominciare la trafila! Melius abundare quam deficere, no? Quindi riempite la cartellina con tutto ciò che può essere utile. Personalmente non mi è stato chiesto niente a parte i moduli obbligatori (quindi niente che dimostri il mio amore per la patria, nè il possedimento di beni, nè lo stato patrimoniale) ma se ce l'avete, perchè non portarlo?

Fatta la coda e raggiunto l'ingresso, le guardie vi faranno entrare uno alla volta e ci sarà la solita procedura da controllo in aeroporto a cui probabilmente siete abituati. Cellulare e ogni tipo di oggetto elettronico dovrà essere lasciato nelle cassette di sicurezza all'ingresso (sì, questo è gratis); persino le chiavi della macchina sono considerate tali! 
Poi vi faranno salire, e inizierà la catena di montaggio: una prima signorina vi ordinerà i fogli e vi attaccherà la foto ai documenti, poi vi siederete ad aspettare. Una seconda signorina vi ritirerà i documenti, e vi siederete ad aspettare. Una terza vi prenderà le impronte di tutte le dita...e poi aspettare. 
Infine, il tanto agognato e temuto COLLOQUIO: nulla più che una quarta signorina che vi chiederà dove andate, per quanto, se avete parenti in America, e domande di routine. Rispetto a quanto scritto nei fogli di riepilogo, insomma, nulla di che. E' più emozionante fare la fila alle poste!

E' finita! O quasi, perchè il vostro passaporto se lo tengono loro e potrete andare a recuperarlo con il visto solo due giorni dopo. Quindi attrezzatevi per poter restare in zona, o per avere qualcuno che lo prenda al posto vostro. Altrimenti c'è la possibilità di farselo spedire, ovviamente, dai 15€ in su.

Sicuramente, questa è la descrizione più accurata che potessi fare di questo fatidico appuntamento. Nulla di cui preoccuparsi, chiaramente, ma dopo averla letta potrete andare sicuramente più tranquilli e anche risparmiare 5€ o più ;)

Questo è ciò che succede al Consolato di Milano...nelle altre città? Lo chiedo a voi! Così potremo rendere questa piccola guida davvero completa!




Ora che anche questa è andata, mi sento stranamente leggera e insieme pesante. E' tutto reale. E' tutto ufficiale. Lo era anche prima, ma da adesso a quando partirò non c'è (quasi) più nulla da fare...solo aspettare. Mancano solo due mesi...
A tratti mi assale l'ansia e vorrei fermare il tempo e cancellare tutto, altre volte vorrei solo correre al 25 agosto e prendere quell'aereo...credo che sia normale, e che più si avvicinerà la data, più l'ansia aumenterà e la prima tentazione si presenterà più spesso. Ma il tempo non si ferma, no?
Due mesi...




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giovedì 6 giugno 2013

La richiesta del Visto

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Questa è la storia di una grande avventura, di quelle che rimangono a lungo tra gli aneddoti da raccontare. Prendere appuntamento all'ambasciata degli Stati Uniti per avere un visto di ingresso.
Non mi era mai capitato di richiedere un visto, quindi probabilmente se sono rimasta tanto sconvolta è stato solo colpa della mia ignoranza in materia. Ma gli americani continuano a stupirmi per come organizzano questo genere di cose. E ancora si parla solo di prendere appuntamento, il colloquio che dovrò sostenere sarà sicuramente altrettanto esilarante e mi fornirà materiale per il prossimo post!

Cominciamo dalle basi...avendo vinto una borsa di studio con sponsor (l'ISEP), devo richiedere un visto di tipo J per entrare negli Stati Uniti. All'ufficio Erasmus mi avevano già fatto un certo terrorismo psicologico sulla procedura per prenotare un appuntamento all'ambasciata; mi avevano parlato di telefonate infinite, attese lunghissime, linee che cadono e, soprattutto..di 15€ di spesa a chiamata! Non ci credete? Fate bene, perchè in realtà mio cugino ha dovuto fare una cosa simile alla mia e non ha avuto nessun problema! Ma a quanto pare, qualche volta non sarà andata così liscia...

Visti i presupposti, quando sul sito dell'ambasciata mi è capitato di leggere "procedura on-line" per prenotare un appuntamento, sono stata immensamente felice. Ho cliccato sul link colorato tutta speranzosa, e si è aperta una nuova pagina molto schematica. Un nuovo link diceva: "informazioni per la prenotazione", e io, convinta, ho cliccato nuovamente lì. E con mia grande sorpresa, mi sono ritrovata nuovamente nella pagina da cui ero partita! Avreste dovuto vedere la mia faccia......
Ci ho messo un po' a capire come funzionasse la cosa, devo ammetterlo. Non sono proprio un ingegnere informatico, quindi non mi stupisco se a certe cose non ci arrivo, ma posso dire con un buon grado di sicurezza che quel sito è piuttosto complesso.

Alla fine ho realizzato che per ottenere ciò che mi interessava dovevo semplicemente cliccare su un nascostissimo pulsante "SIGN IN", ma prima di riuscirci erano passati almeno 10 minuti in cui avevo cliccato su tutti i link possibili. Già non ero più di buon umore.

Come da prassi, mi hanno chiesto di pagare (10$ invece dei 15€ per la telefonata, quindi consiglio caldamente di usare la procedura on line!) e di inserire tutti i miei dati. Quando credevo di aver finito, mi mancava solo una domanda e poi avrei cliccato sul pulsante "prenota un appuntamento". Rapido e indolore! Ma quell'ultima domanda mi chiedeva il numero del mio DS-160...e sono sbiancata. Non avevo nessunissimo DS-160! Avevo la carta di credito, il passaporto, il DS-2019, i dati della mia università, insomma avevo la scrivania invasa di dati...ma il DS-160 non avevo proprio idea di cosa fosse.
Dopo una rapida ricerca su internet ho scoperto che era un altro dei tanti moduli che mi avrebbero chiesto per entrare in America. Nel mio bagaglio a mano non ci sarà spazio per il telefono con tutta la carta che ci devo mettere. In poche parole, il DS-160 è qualcosa che deve compilare chiunque voglia un visto di qualsiasi tipo per gli Stati Uniti, senza distinzioni, e serve per essere registrati nel sistema della National Security. Già questo avrebbe dovuto farmi intuire a cosa stavo per andare incontro...

Inizio la compilazione, pensando che in un quarto d'ora me la sarei cavata. Mai avuto un pensiero più stupido. Per le successive due ore sono rimasta inchiodata al computer a rispondere a domande di ogni sorta! Ho dovuto inserire tutti i miei dati e tutti quelli dei miei familiari (e meno male che sono figlia unica!), ho dato i contatti telefonici, e-mail e indirizzi di due persone NON FACENTI PARTE DELLA FAMIGLIA da contattare per confermare gli scopi del mio viaggio, ho compilato pagine e pagine sulla mia università in Italia, su quella in cui andrò in America, sui miei studi e i miei lavori...
Credo di aver cliccato il pulsante avanti almeno 30 volte!

Poi è arrivata la parte più esilarante, che già mi aspettavo, conoscendo la fissa degli americani per la sicurezza, ma mai avrei pensato a domande così assurde: sei una terrorista? Hai mai fatto parte di associazioni criminali? Vieni negli Stati Uniti per scopi criminosi?
Tutte così! E anche peggio...sono arrivati a chiedermi se avevo mai commesso crimini contro l'umanità, se avevo mai spinto qualcuno all'aborto, se avevo mai ridotto qualcuno in schiavitù, e cose del genere. Faceva talmente ridere che ho chiamato la ragazza che stava facendo le pulizie a casa per condividere con lei tanta maniacalità! Ma io dico, se fossi un terrorista te lo verrei a dire nella mia richiesta di visto?

Quando finalmente anche questa parte fu completata, mi sono ritrovare ad affrontare un'impresa ancor più ardua: volevano una mia FOTO! Ma non una foto qualsiasi, la foto American Style! Quella in cui non puoi sorridere, non puoi indossare occhiali, non devi avere i capelli sulla fronte nè essere truccata...e in più, lo sfondo deve essere bianco. Sembrano cose banali, insomma, è solo una foto. Solo che io ero al computer a compilare quell'infinità di domande da almeno 3 ore, quando credevo di metterci 10 minuti. E soprattutto...in casa mia c'è la carta da parati su ogni singola parete!

Ho iniziato a spostare mobili, togliere quadri, stendere teli...mancava poco che mi mettessi a strappare la carta da parati dalle pareti, come i matti nei film! E una volta trovato il punto e scattata la foto usando la videocamera interna del computer, sono andata a cercare di caricarla e...non andava bene il formato! Allora via, di nuovo, cerca su internet, modifica il formato, riprova a caricare...e non va bene la qualità! Troppo bassa, troppe ombre, troppa poca luce, non so...alla fine ho dovuto farla con l'iphone, caricarla, modificarla e, FINALMENTE, ce l'ho fatta! A questo punto, da quando mi ero seduta al computer, nel primo pomeriggio, si era praticamente fatta sera...e ho potuto prenotare il mio appuntamento! Per quello nessun problema, anzi, dopo l'epopea vissuta mi aspettavo qualche altra complicazione...e invece ho il mio bell'appuntamento all'ambasciata a Milano tra qualche giorno. Ci sarà da ridere anche per quello, già me lo immagino, perchè sui miei fogli riepilogativi c'è scritto di portare con sè "qualunque prova dimostrante l'amore per il proprio Paese e il forte desiderio di ritornarvi e di non volersi trasferire negli Stati Uniti". Mi sto chiedendo quale tipo di prova posso portare!

Avrete presto aggiornamenti...... ;)


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venerdì 24 maggio 2013

"Prima di partire per un lungo viaggio...."

"...porta con te la voglia di non tornare più." Così diceva Irene Grandi. Ma ci sono anche tante cose da fare...e tante difficoltà.
Se poi vai in America, la trafila burocratica è talmente lunga e complicata da far quasi passare la voglia. Più che altro, ti fa venire tutto una grande angoscia. 
Ti sembra che le giornate si accorcino, che ci siano troppe cose da fare e da ricordare prima di partire, troppe scartoffie da firmare, troppi accordi da prendere...è come quando vai in vacanza per un weekend e hai la sensazione fortissima e insopprimibile di aver dimenticato qualcosa. E poi di solito, quando arrivi, scopri che era lo spazzolino. Qui è elevato all'ennesima potenza, e cominci a sentirla mesi prima di partire. Speriamo davvero di dimenticare solo lo spazzolino, questa volta.
La cosa più irritante è...non so se chiamarla "incompetenza" delle persone, perchè mi sembra esagerato e anche un po' cattivo. Ma non trovo termini più adatti. Appena inizi un'esperienza del genere, sai di poterti rivolgere a certe persone nel tuo paese, e che potrai contare su di loro per ogni dubbio o richiesta. Ma questa è una mera utopia! 
Nel mio caso, avendo vinto una borsa di studio attraverso l'università, il personale di riferimento è quello dell'ufficio Erasmus. Il mio non è ovviamente un Erasmus, ma all'interno dell'ufficio c'è una signorina che si occupa delle borse di studio ISEP (la mia; prossimamente farò un resoconto di cosa sia, così da poter anche ispirare altri che fossero interessati. Per ora vi lascio il link al sito). 
Questa donna è veramente gentile e affabile, nulla da ridire. Nelle prime settimane mi vedeva di continuo arrrivare con qualche richiesta o dubbio, e non mi ha mai riso in faccia. Per me, è già tanto!!
Ma se ti tratta di non poterti recare in ufficio, e di avere la necessità di scrivere un'email, apriti cielo! NON c'è speranza che risponda! Ma non perchè non si trovi in ufficio o abbia altro su cui lavorare; il giorno dopo, probabilmente, riceverai una sua email su un altro argomento, di quelle con invio multiplo a tutti i vincitori della borsa di studio, e la tua sarà completamente ignorata.
Finchè mi trovo in Italia, per la precisione al momento sono a Milano, a casa mia, nulla di grave: tra qualche giorno tornerò a Urbino e passerò all'ufficio Erasmus a parlarle direttamente. Ma mi prende il panico se penso che questa donna sarà il mio principale referente per qualunque cosa quando sarò in America: ogni questione universitaria passerà per il suo computer, dalla convalida dei crediti, alle domande che potrei avere sui corsi, fino ai miei dubbi sulle tempistiche della tesi. E io non posso aspettare di tornare a casa e fare le cose con calma: non posso e basta, perché appena tornata vorrei laurearmi, per non rischiare di andare fuori corso e ripagare tasse che non servono. Per questo non mi posso permettere errori. E non posso nemmeno mettermi a telefonarle dalla California alle 3 di notte per beccare i suoi orari di lavoro e avere una risposta alle mie domande!

Il personale di contatto in America non si è rivelato tanto più disponibile. Il mio ISEP Contact nel college in cui andrò, un uomo dal nome impronunciabile che spero di non dover mai dire di fronte a qualcuno (figura di m... assicurata), è stato velocissimo nel rispondere alla mia mail, ma talmente sintetico nella risposta da risultare disinformativo!
Lo avevo contattato per avere chiarimenti sul funzionamento dei crediti; si perché, in questo college (e solo in questo a quanto pare, perchè da quello che mi dicono ognuno, in America, "fa da sè"), ogni esame vale...1 CREDITO!!! I miei esami mediamente ne valgono 10...quindi è evidente che ci sarà qualche problema di trasposizione! All'ufficio Erasmus non mi hanno saputo dare informazioni, per cui ho scritto una bellissima, faticosissima, completissima mail in inglese a questo signore. La sua risposta, dopo circa 4 ore dal mio invio (ero incredula, infatti!) è stata lapidaria. Quattro righe (contate, eh), contro la cinquantina che avevo scritto io, in cui non faceva alcun accenno a come convertire i crediti o a che sistema usassero per l'assegnazione, e mi diceva soltanto che "to get 30 Credits you'll have to take 4X1 exams". 
Qualcuno mi sa tradurre? Non per l'inglese, ovviamente non è un problema quello, ma perchè non mi ha dato nessuna risposta, fondamentalmente! Se i miei esami sono da 10 crediti, e per ottenere 30 crediti devo dare 4 esami...significa che un esame americano vale 7,qualcosaltro crediti da noi...ma che diavolo vuol dire?!? Che metodo è!?! Come mi regolo?!?

Se vi state chiedendo come ho risolto questi dubbi...bè, non li ho risolti. Qui erano e qui rimangono.
Ora c'è il passo successivo: prendere appuntamento con l'ambasciata degli Stati Uniti per un colloquio, in modo da poter ottenere il mio VISTO. Ancora non mi sono mossa in questo senso, perché ero in attesa di dei moduli e anche, lo confesso, per una certa dose di ansia. Quello che so, è che mi hanno prospettato una trafila piuttosto complessa. Con chiamate da 15$ l'una in cui cade la linea, numeri su numeri da digitare prima di ottenere l'ufficio giusto, date impossibili per l'appuntamento...e infine, al colloquio, dovrò dimostrare che "amo il mio Paese e non voglio abbandonarlo per scappare negli Stati Uniti".
Ma come dovrei fare? Devo piangere davanti al console e gridare che non voglio partire? Devo andare vestita di verde, bianco e rosso? Tanti tanti dubbi...nessuna risposta.

Lo scopriremo solo vivendo, credo. Intanto la cosa si fa sempre più reale, e più spaventosa...
Credo, comunque, che parte dello spirito di questo viaggio sia anche questo: io, ed è una caratteristica molto italiana, ho la tendenza a procrastinare, a lasciar fare agli altri, a nascondere la testa sotto la sabbia in attesa che qualcuno risolva i miei problemi al posto mio...
Le cose che mi spaventano non le prendo di petto: le lascio fuori, mi dico "domani ci penso", e tante volte rimangono lì, così, in attesa, fino a che semplicemente non vengono seppellite da altri problemi, e basta. Questa volta non si può. Questa volta devo affrontare i problemi con ordine, e non lasciarne indietro nessuno...e posso farlo solo io. Crescere significa tante cose, e significa anche questo.

Vi lascio con una frase che mi ha colpita, direttamente dal blog dell'ISEP, in un post che raccoglie le migliori citazioni sul significato del fare un'esperienza all'estero. L'ho trovata non solo molto vera, ma assolutamente perfetta per descrivere ciò che significa e, spero, significherà per me.


Why do you go away? 

So that you can come back. 

So that you can see the place you came from with new eyes and extra colors. 

And the people there see you differently, too. 

Coming back to where you started is not the same as never leaving.

― Terry Pratchett

lunedì 13 maggio 2013

Il Grande Viaggio

Sono stata abbastanza vaga, finora, su questo fatidico viaggio che dovrebbe essere il centro del blog. Trovavo giusto presentarmi, prima, farmi conoscere in qualche modo, e ho finito per dilungarmi.
Ma è bello così no? Qualsiasi cosa, perchè abbia un valore, bisogna conoscerla. E questo non è un blog di viaggi: è un blog di VIAGGIO, il mio, e di chiunque volesse condividerlo con me.
Adesso che i convenevoli sono stati sbrigati, è giunto il fatidico momento. 

Come al solito la prenderò alla lontana, perché possiate capire le mie motivazioni e le mie paure.
Vi ho già detto come, fin da piccola, sentissi il bisogno di andare. Non sapevo dove, non sapevo perché, ma ero in cerca di qualcosa che a casa mia non trovavo. Ci sono persone che stanno bene ovunque le metti. Altre che non si pongono nemmeno il problema. 
Io no: io ero in cerca.

I miei viaggi mi piacevano da matti, adoravo la sensazione di libertà e di ansia nel prendere per la prima volta un treno da sola, o la sorpresa di vedere una nuova città, e anche lo stupore del conoscere gente nuova, con accenti strani e modi di fare diversi, e pensare "questa cosa a casa mia non succede".
Restavo sempre vicina, ma sognavo l'"esotico"

La mia generazione è cresciuta più americana che italiana: i telefilm con cui siamo cresciuti, la musica che abbiamo ascoltato fino a non poterne più, i film che ci hanno fatto emozionare e in cui ci siamo immedesimati...ci pensate mai? A quale di queste cose "made in Italy" riuscite a pensare? Siamo stati bombardati dalle immagini di quelle high school americane con gli armadietti e le fontanelle, con le cheer leaders e le squadre di football, con i balli di fine anno e i professori che assegnavano compiti assurdi. Questo c'era nel nostro immaginario.
Invece la nostra realtà era fatta di scuole con l'intonaco scrostato, compiti monotoni e non interattivi, feste di fine anno in cui al massimo si portava una coca-cola in classe per un brindisi.

Io agognavo quella vita da film! Mi chiedevo sempre se fosse tutto vero, se quelle immagini esagerassero o se invece, laggiù, dall'altra parte dell'oceano, ci fossero veramente adolescenti che crescevano come si vedeva in tv. I miei idoli? The O.C., Smallville, Hilary Duff, Streghe, e chi più ne ha più ne metta. Il mio primo contatto con l'America, grazie alla televisione, è stato probabilmente più precoce di quelli che ho avuto con l'Italia.
E' stato allora che ho iniziato a coltivare quel sogno. Quanti anni avrò avuto? Non saprei nemmeno dirlo...Hilary Duff probabilmente lo guardavo quando ancora non andavo nemmeno alle medie! 

Durante il mio secondo anno di liceo, un'amica di mamma le parlò di un'associazione chiamata Intercultura, che organizzava scambi internazionali tra ragazzi e con la quale chiunque poteva partecipare come famiglia ospitante, e ritrovarsi in casa per qualche mese un adolescente inglese, americano, cinese o australiano. L'idea ci piaque subito e cominciammo le pratiche: sarebbe venuta a stare da noi per 6 mesi una ragazza della Nuova Zelanda.
Cavolo, nemmeno sapevo dove diavolo stesse la Nuova Zelanda! E quella ragazzina che sarebbe arrivata, una liceale diciassettenne, sarebbe venuta fino in Italia, da sola, per sei mesi, a stare con una famiglia sconosciuta...quanto doveva essere coraggiosa??

Non lo era. Non lo era affatto! E' stato una specie di incubo all'inizio: questa povera creatura spaventata arrivava da un paese in cui ci sono più pecore che esseri umani e si era ritrovata improvvisamente a Milano; io e la mia famiglia parlavamo un inglese un po' tentennante, lei non sembrava assolutamente in grado di imparare l'italiano (in effetti, in sei mesi non ha imparato molto) e praticamente ogni giorno vagava per casa disperata e piangeva come una matta perchè le mancava la sua famiglia.
Rimase con noi per 6 mesi. Non riesco a ricordare con precisione come si evolse il nostro rapporto, dopo quanti mesi smise di essere un'estranea in casa mia e si trasformò in mia sorella, ma così avvenne. Era mia sorella, una sorella che parlava una lingua differente e con cui non avevo nulla in comune, ma era mia sorella. 
Ma non è questo l'importante, almeno non per lo scopo per cui scrivo. Non è come lei influenzò me e la mia vita. Ciò che conta è come quell'esperienza cambiò lei.

All'inizio non me ne ero resa conto, e nemmeno lei credo. Era arrivata piccola e confusa, come è normale a diciassette anni, chiaro, e non era stata troppo brava ad affrontare le difficoltà di quell'esperienza. Poi con il tempo aveva fatto le sue amicizie, aveva cominciato a capire qualcosa di italiano (molto poco, credetemi...in casa l'inglese era d'obbligo per non scatenare crisi di pianto), a uscire, a conoscere l'italia e i suoi aspetti positivi. Nella vita aveva una grande passione per la moda, anche se personalmente io trovavo il suo stile piuttosto discutibile (ma d'altro canto è un mondo a cui sono sempre stata estranea e disinteressata). Le piaceva mangiare, tanto, ma come a qualunque altra persona. Era giovane, confusa, insicura.

Adesso siamo ancora in contatto. Tutt'ora so di avere una sorella dall'altra parte del mondo, e anche se non la sento spesso so che è lì, e che quell'esperienza ci ha reso unite per sempre. E' tornata in Italia, qualche volta, e ogni volta vederla era un'esperienza. Tutta la sua vita, la sua formazione, la sua carriera, sono state sconvolte dall'esperienza in Italia: ha abbandonato il settore moda (anche se continua a vestire in modo stravagante) e ha scoperto di avere due vocazioni: la cucina, rigorosamente italiana, e la lingua...sempre quella italiana! Si è messa a studiarla in Nuova Zelanda, ha cambiato i suoi corsi di studi, ha iniziato a lavorare per una società di catering e preparato la tesi sulla cultura alimentare dell'Italia. E già questo è tanto, insomma, capire cosa vuoi fare della tua vita e in cosa sei brava. Ma anche il suo modo di approcciarsi all'intera esistenza è cambiato in modo epocale, e io sono fermamente convinta che anche su questo abbia influito pesantemente quell'esperienza. E' una delle persone più calme e pazienti che io conosca, ha iniziato a viaggiare in lungo e in largo per il mondo, è tornata in Italia per specializzarsi e vuole tornarci prossimamente, non ha paura delle scelte nè dei fallimenti. E' sicura di sè, sempre, ed è in grado di portare con sè la sua serenità ovunque vada. Per me, è davvero diventata un esempio.

Non le ho mai chiesto direttamente quanto pensa che quell'esperienza possa averla fatta diventare ciò che è adesso. Forse non saprebbe nemmeno rispondermi. Ma io ho conosciuto quella bambina, e adesso ho la fortuna di conoscere questa donna matura, sicura di sè e affermata. E so, quando la guardo negli occhi, che lì dentro romba un motore alimentato da ciò che ha trovato in Italia.  
Dal giorno stesso in cui ripartì, seppi che avrei voluto fare un'esperienza come la sua.


Quando ero al terzo anno di liceo, mi arrivò a casa un catalogo EF...la conoscete? E' un'agenzia che organizza vacanze studio all'estero, probabilmente la più famosa. La ragazza neozelandese era ripartita da più di un anno, e io iniziavo a vedere i suoi cambiamenti nel tempo, anche se a distanza. Sfogliando quel catalogo, trovai una sezione che parlava di "anni accademici all'estero" e il mio cuore iniziò a battere più forte.
Non era come Intercultura, che non ti faceva scegliere la tua destinazione ma te ne dava una a caso: potevo scegliere. Potevo andare dove volevo davvero: in America.
Cominciai tutte le pratiche: avevo 16 anni e stavo per passare un intero anno in America. Era incredibile. Era un'esperienza che nessuno dei miei amici si sarebbe mai sognato di fare. E...faceva paura. Troppa paura...
Non so perchè, davvero, non me lo ricordo...ricordo solo che ogni motivo diventava una scusa per farmela sembrare una cattiva idea. Ogni volta che qualcuno ne parlava, mi saliva il panico. E decisi di mollare: "è troppo presto, c'è tempo" mi dicevo, e mi dicevano.

Passarono gli anni, e la quarta liceo non la feci in America ma nella mia solita scuola a Milano. Così anche la quinta. Si avvicinava il tempo delle scelte, del concretizzare i miei sogni, della "maturità"...ma chi si sente maturo a 19 anni?!? Come fai a decidere cosa fare della tua vita, quando per 5 anni hai studiato greco e latino e non hai idea di cosa significhi lavorare davvero? Mi riprese il panico: non sapevo cosa volevo studiare...non sapevo dove volevo studiare...sapevo cosa NON volevo, ma è stato da subito palese che andare per esclusione non è facile quando hai migliaia di possibilità davanti. Ero in paranoia esistenziale!
Un catalogo EF venne di nuovo in mio aiuto, proprio in questi momenti di panico. E questa volta non parlava di vacanze estive, nè di frequentare la high school americana...mi proponeva un anno di preparazione all'università all'estero! Il potere del marketing, eh?
E così ricominciò la trafila. Di nuovo, stavo per concretizzare qualcosa, stavo per partire. Ma poi niente...sulle mie innumerevoli paure (eh si, sempre così...io mi vorrei lanciare dalla vetta più alta, ma poi guardo giù, non vedo il fondo...e decido di scendere) si inserì anche la forza più potente della terra: un nuovo amore!

Che idiota mi direte. Sì, è vero. Però col senno di poi non mi pento di niente, ve lo giuro. Ho fatto le mie scelte, e tutte hanno avuto conseguenze importanti: non cambierei nulla. Il fatto è che quando ti innamori, specialmente se sei ancora piccola, tendi a pensare di aver trovato tutto. Sei felice, lui è perfetto, voi avete la storia dei sogni: perché andarsene? E d'improvviso, senza che nemmeno te ne accorgi, dimentichi quali erano i tuoi sogni...no, peggio...te li ricordi, ma non li senti più tuoi. Quando qualcuno te ne parla, ti racconta le sue esperienze, quelle che volevi fare tu, senti un brivido...ma non riesci a collegare la persona che eri e quella che sei. Ti manca un pezzo, e ti va bene così. Senza troppe domande.

Ma il tempo passa. A diciott'anni ti innamori e ti sembra non ci sia nient'altro, che non passerà mai, che il tempo a voi non farà niente. E fai rinunce, involontarie sì, ma sempre rinunce, che si vanno a sedimentare l'una sull'altra. Sposti pezzi della tua vita in funzione di lui, e lui fa lo stesso con te, e va bene così...ma poi un giorno ti accorgi di aver fatto troppo. Di esserti persa, di non riconoscerti più, perchè hai smesso di chiederti chi eri e cosa volevi per così tanto tempo, che te ne sei dimenticata. Ti accorgi semplicemente che sei qualcun altro.


Per certe persone può anche andare bene. Alcune mie amiche, che si sono fidanzate nel mio stesso periodo, hanno fatto il mio stesso percorso e sono felicissime. Non c'è niente di male, non sono nè sbagliata io, nè sono sbagliate loro. Tutto sta a vedere se le scelte che si decide di fare sono dettate dalla maturità della storia, o dalla sua immaturità.
Se scegli di aprire certe porte e di chiuderne altre perchè intimamente ti senti che sia giusto così, allora va bene.
Ma se scegli di non aprire più porte, di restare semplicemente ferma, per non rischiare di mettere alla prova l'amore, per non rischiare di dover ricominciare da capo, per non rischiare di perdere...allora ti autodistruggi. E la tua storia romantica diventa la tua prigione. E la tua immagine allo specchio diventa qualcosa di cui non vai più fiera. Un'immagine sfocata, un ricordo, un cumulo appannato di rimpianti.
Nella mia casa a Milano c'è un armadio enorme, bianco, a quattro ante. L'interno, nel corso degli anni, l'ho ricoperto di scritte colorate. Sogni, speranze, canzoni, frasi...tutto ciò che mi rappresentava finiva lì. Una in particolare mi ha sempre guidato nelle mie scelte, nel bene e nel male, facendomi fare anche tanti errori ma insegnandomi sempre qualcosa:

"Meglio Mille Rimorsi Che Cento Rimpianti..."

Si, perchè un rimorso è qualcosa che hai fatto, e che vorresti non fosse successo. E' quello che comunemente si chiama"errore", l'hai fatto, forse se potessi tornare indietro non lo faresti di nuovo, ma in realtà ti ha insegnato una lezione, e ti ha portato a qualcos'altro che, senza di esso, non avresti mai sperimentato. Ti ha reso quello che sei.
Un rimpianto, invece, è qualcosa di subdolo...avresti voluto farlo, ma non l'hai fatto. Rimane lì, così come era, un semplice dubbio, una possibilità. Poteva non essere niente, una botta nei denti, solo un errore...oppure poteva essere l'occasione della tua vita. Non lo saprai mai, e ti logorerà per sempre.

Ovviamente nella vita esistono entrambi, e non si possono evitare. Non puoi fare mille cose contemporaneamente, e ogni volta che fai una scelta tra più cose, si crea di conseguenza un possibile rimpianto. E' così, è la vita. Come si fa allora?
Secondo me il punto è avere solo rimpianti "positivi". Certe volte, scegli una cosa piuttosto che un'altra semplicemente perchè quella ti rende più felice. Forse è un errore, forse te ne pentirai, ma in quel momento, per quanto tu sia combattuta, sai dove si trova la tua felicità.
E' stato così quando ho dovuto scegliere tra l'amore e l'America. E' stato così quando ho deciso di venire a Urbino, piuttosto che da qualunque altra parte. E' stato così quando mi sono lasciata con il mio ragazzo, e ho deciso di tornarci insieme. Sono scelte, e ogni volta che scegli ti trovi davanti a due porte aperte: non puoi entrare in entrambe, e non puoi nemmeno tornare indietro una volta entrata a vedere cosa c'èera nell'altra. Devi solo fare un paio di calcoli e sperare di avere fortuna.
Qualunque porta tu scelga, stai sicuro: l'altra diventerà un rimpianto. E' così per forza, perchè non saprai mai cosa c'era dietro. Ma se in quel momento sei stato sincero con te stesso nel fare la tua scelta, allora era quella giusta. Era la scelta più giusta possibile.

A volte però, sbagli. Anzi, non è che sbagli, perchè in effetti non sai cosa avresti trovato dietro l'altra porta. Più che altro, ti rendi conto col passare del tempo che la tua scelta non basta. Non ti rende più felice come in quel momento. Diciamo che non ti rende INfelice, però non si è rivelata come la pensavi tu. E' lì che il rimpianto diventa un rimpianto "negativo"...ed è lì che inizia il logoramento.
Il momento della scelta però è andato, e non tornerà...allora aspetti, e aspetti, e aspetti. Aspetti un segno, un segno che non arriva.

Io ho fatto così. Ho aspettato a lungo, felice e infelice, realizzata ma alla ricerca di qualcosa...sull'onda di questo sentimento, che ormai periodicamente mi prende da anni come avete potuto leggere, ho trovato il solito stratagemma: mi son ritrovata in mano il bando di concorso per una borsa di studio, indovinate dove? Bravi! Negli Stati Uniti d'America. Erano solo 3 borse. Potevano prendermi, come potevano non prendermi. Avevo il TOEFL, come richiesto, ma non ero certo l'unica. E comunque, potevo sempre decidere dopo, no? Tentare non costava nulla.

Due mesi dopo, è arrivata la risposta. "Siamo lieti di comunicarle che le è stata assegnata una borsa di studio della durata di un semestre negli Stati Uniti".
Non sapevo cosa fare. Non l'avevo nemmeno detto al mio ragazzo. A malapena lo sapevano i miei che avevo fatto richiesta.
Tuttora non so che scelta ho fatto. Tuttora non so se sto realizzando un mio sogno, che avevo solo nascosto in fondo al cassetto, o se sto semplicemente fuggendo dalla mia vita e dalle mie responsabilità. Mi dico che questa cosa mi servirà...che mi insegnerà tante cose...che mi chiarirà le idee sul mio futuro...che non sto perdendo tempo (notare che io sono al terzo anno, potrei laurearmi a settembre e iniziare la magistrale con tempismo perfetto), ma che lo sto investendo per fare una scelta più consapevole dopo...

E' vero? O mi sto prendendo in giro? Non lo so, davvero, stavolta non lo so. So di essere molto brava a prendere in giro me stessa e gli altri, così brava che a volte non riesco più a distinguere dove finiscono le mie verità e dove iniziano le mie bugie...non lo faccio apposta, ma per coprirmi, per non essere giudicata, per non dover affrontare le mie debolezze, inizio a creare delle giustificazioni per gli altri che poi diventano valide anche per me stessa. E mi perdo nei labirinti della mia mente.

Non so questa volta quale opzione sia. O se sarà un rimpianto positivo o negativo...
Anzi, si lo so. Questa volta non sarà un rimpianto. Al massimo potrà trasformarsi in un rimorso...ma questa volta non mi tirerò indietro prima di scoprirlo. Il resto lo affronterò in seguito.